Tra rose e fior, Bradburne spiega la causa Brera a Zelbio Cult

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Due tavolini di legno, un paio di sedie dagli schienali di pelle imbottita. Sul palco del teatro, nella serata del 23 luglio 2016, Armando Besio è pronto per intervistare James Bradburne per Zelbio Cult. Museologo e manager culturale, 60 anni, anglocanadese è, da un anno, direttore generale della Pinacoteca di Brera e dell’annessa Biblioteca Braidense.

Brera, stampa 1842.JPGPer introdurre il grande ospite e ricordarci il prestigio storico-culturale del luogo di sua direzione, oggetto della conversazione di questa serata, Besio rapisce l’attenzione degli uditori con un breve ma profondo tuffo nella storia: Brera era in principio una chiesa medievale, diventata poi un collegio di gesuiti e, conseguentemente all’avvento di Maria Teresa d’Austria, la sede dell’Accademia delle belle arti, nonché scuola di pittura e scultura. Fu in questo periodo che, intorno a queste mura, nacque un piccolo museo al servizio degli studenti.

La svolta, però, avvenne con Napoleone che decise di fare di Brera il primo grande museo nazionale italiano. Dopo più di cent’anni, con la stessa stessa grinta e volontà d’animo del grande condottiero francese, un altro “straniero” sta cercando di portare una luce nuova a questo museo che, negli ultimi anni, ha vissuto un periodo abbastanza stanco. «Non mi definisco Napoleone, ma forse sono un Marziano», ci tiene a precisare Bradburne. Un extraterrestre, se lo si potesse disegnare, vestito da dandy: completo di seta beige dello stesso colore dei leggeri calzini a coste che finiscono in classicissimi mocassini neri; camicia bianca, panciotto rosa confetto, cravatta blu a fiori rosa intonati con il panciotto, fazzoletto sapientemente piegato nel taschino della giacca di colore lillà e occhialetti tondi. In realtà, al contrario di un extraterrestre, Bradburne ha i piedi ben piantati sulla terra, tanto da preferire, e suggerire in più occasioni, un’altra figura da paragonare al suo personaggio ovvero quella di un giardiniere che, dedito e paziente, fa «crescere persone e progetti nel rispetto delle loro caratteristiche e individualità». Ma non si tratta solo di una metafora perché l’interesse per i fiori, Bradburne, lo nutre davvero: annuncia infatti di essere riuscito a brevettare una varietà originale di rosa che chiamerà La rosa di Brera e di cui riempirà i giardini dell’Orto Botanico per portare, come dice lui, «un po’ di magia, un po’ di poesia».

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Tuttavia Brera non è solo la Pinacoteca o l’Orto Botanico, e Bradburne, nel suo dialogo, decanta le altre, e non meno importanti, ricchezze nascoste agli occhi dei più sulle quali vuole lavorare in termini di valorizzazione e visibilità, luoghi che non vede l’ora di far spolverare, tirare a lucido e far splendere: la biblioteca, la mediateca, l’osservatorio astronomico e l’accademia; è l’esistenza di queste diverse anime che rendono Brera un luogo vivo e pulsante, un complesso ecosistema in cui si uniscono arti e scienze.

Pinacoteca-di-Brera-a-occhi-apertiCi mostra e ci racconta anche il nuovo logo: due occhi sgranati, interrogativi, stupiti, curiosi; e sotto, i caratteri che formano quattro parole che racchiudono in un claim conciso una promessa: Brera a occhi aperti. Non sappiamo se quegli occhi saranno davvero il ritratto dell’espressione di chi giungerà al museo dopo la rivoluzione, ma sicuramente così sarebbero stato dipinti i nostri mentre il grande manager ci incantava, pensando e immaginando la Brera e l’orizzonte culturale milanese del futuro.

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