Stefano Boeri alle Primavere: le tre prospettive delle periferie

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Le Periferie, navigate nelle loro molteplici declinazione attraverso queste procellose Primavere, incontrano giovedì 11 maggio alle 20.45 al Teatro Sociale di Como finalmente un approdo urbano con Stefano Boeri, architetto e urbanista, in dialogo con Giulio Giorello, filosofo. L’incontro, introdotto da una scena tratta dal film del ‘72 Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, si iscrive nella collaborazione con il Festival della Luce Lake Como 2017 e come consueto è aperto e gratuito con l’invito però ad iscriversi al sito leprimavere.laprovincia.it per assicurarsi la precedenza all’ingresso in teatro.

Gastone Moschin e Mario Adorf attraversano la periferia in Milano calibro 9

Abbiamo una aspettativa per giovedì prossimo: trovare il nesso tra le periferie dell’essere e quelle delle città, quale definizione possiamo dare alle periferie che ne faccia comprendere il valore per la comunità e gli individui?
Sono tre le prospettive per descrivere la condizione di perifericità, perché la periferia è una condizione. La prima prospettiva è quella che guarda questa condizione periferica a partire da un problema di distanza. È l’interpretazione più canonica e tradizionale: periferia è ciò che sta lontano dal centro storico, dal cuore di una comunità urbana e quindi soffre di una condizione di perifericità perché è scarsamente accessibile, soffre l’assenza o la scarsità di mezzi pubblici, ha una viabilità difficile per la sua non connessione. In questa prima definizione si mettono in luce soprattutto quelle aree o quartieri dormitorio, scarsamente serviti e isolati rispetto agli spazi urbani. Nella geografia di una città individua una cintura di spazi a distanza significativa, il modello tradizionale portato ad esempio è quello delle banlieue francesi.

Le torri di EuroMilano, quartiere dormitorio di Quarto Oggiaro

Questo il primo modo per descrivere la periferia, spazio isolato e per questo alienato, ma può essere autosufficiente, come un mondo a sé, c’è un aspetto essenziale perché la periferia isolata possa rendersi “isola” felice oppure infelice?
Il secondo modo per descrivere la periferia è l’assenza di servizi, il nodo cruciale per la qualità della vita: scuole, ambulatori, spazi per la crescita dei bambini, servizi culturali. In questo caso la periferia intesa come mancanza di servizi non è più una ciambella che sta attorno, come l’abbiamo identificata nella prima definizione, ma diventa una arcipelago. Abbiamo zone con una grave scarsità di servizi in aree che sono molto vicine ai centri storici, penso alla zona di via Gola a Milano, ma anche all’area ex Ticosa per Como. Il termine periferia in questo caso individua una serie di aree anche vicino al centro dove scarsità di servizi significa spesso degrado e riduzione della qualità della vita.

Periferia degradata a Como: la Ticosa nei giorni dello smantellamento

Centrali e infelici, la periferia è anche questo; c’è una periferia urbana che pone al centro la criticità dei legami tra le persone, che si gioca nella mancanza di relazioni sociali?
Il terzo modo con cui possiamo intendere la periferia è assenza di quello che io chiamo “intensità”. Si tratta di un carattere molto importante di una città perché è quello che mette insieme la densità con gli spazi e con la varietà dei costumi, delle culture e modi di abitare. L’intensità evapora quando in una parte della città si concentrano famiglie, popolazioni che hanno la stessa cultura, la stessa tradizione di origine. In questo modo si crea una condizione di riduzione degli scambi tra gruppi, popolazioni, famiglie. Le città sono una comunità urbana fatta di gruppi che scambiano culture, è quello che si chiama il capitale sociale; quando si toglie questo scambio c’è una sorta di diluizione della ricchezza culturale: è questa che genera periferia. Ci sono situazioni in cui anche i centri delle città europee perdono capitale sociale perché ci sono popolazioni magari immigrate che vengono da uno stesso territorio, che hanno la stessa cultura, la stessa fede e che creano delle specie di ghetti. Questo può accadere in zone residenziali e ricche che si “chiudono” piuttosto che in una zona di estrema povertà: i ghetti sono enclave. Sono fenomeni che possono avvenire in pieno centro o in aree di estrema marginalità ma sono comunque periferie perché diventano luoghi dove si perde l’intensità degli scambi tra chi abita la città, fondamentale per la costruzione dell’identità della comunità urbana.

Bruxelles, quartiere di Molenbeek da cui provenivano i responsabili degli attentati del 22 marzo scorso

Un esempio emblematico, tra le città europee, può essere Bruxelles e possiamo considerare che le tensioni che esprime siano anche dovute a un caleidoscopio di culture accostate e non comunicanti?
Bruxelles è un esempio perfetto. Il quartiere piccolo borghese da dove venivano i terroristi è piuttosto centrale e abitato da una popolazione molto omogenea. Allo stesso modo alcuni quartieri residenziali e posti nella cintura urbana sono abitati solo dai funzionari, sono aree monoculturali e in questo senso periferiche.

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