Rileggendo Mattatoio n.5

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Come un po’ tutta la mia generazione, ho scoperto la narrativa da bambino leggendo fantasy, fumetti di supereroi, best-sellers dalle trame improbabili e chilometriche… Ma l’infanzia finisce. Arriva il momento in cui essere intrattenuti non basta più, in cui vogliamo che i libri ci sfidino, duellino con noi, ci meraviglino. Tra i libri che, all’ingenua età di quindici anni, mi hanno fatto capire che volevo qualcosa di nuovo c’è Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini, del brillante romanziere statunitense Kurt Vonnegut (nella foto).
Nel 1944 Vonnegut, ventiduenne, è spedito al fronte. Catturato dalle milizie tedesche, viene rinchiuso in un mattatoio abbandonato nel centro di Dresda, la Firenze dell’Elba. Di lì a poco, le forze alleate bombardano la città, radendola al suolo e uccidendo migliaia di civili. Vonnegut si salva solo grazie allo spessore delle pareti del mattatoio. Passeranno più di vent’anni prima che riesca a rielaborare e raccontare la tragedia.
https://antoniodileta.files.wordpress.com/2014/04/mattatotio-n5.jpgMattatoio n. 5 nasce dai ricordi di Vonnegut ma non è un testo autobiografico. È la storia di Billy Pilgrim, un uomo qualunque, mediocre, capace però di viaggiare nel tempo. La coscienza di Billy scivola avanti e indietro lungo il corso della sua vita; ora è un quarantenne appena rimasto vedovo, ora un diciottenne che scopre l’orrore della guerra; non c’è scena della sua vita – nascita e morte comprese – che egli non abbia vissuto più e più volte…
Nel romanzo seguiamo Billy nei suoi salti nel tempo, fino a farci un quadro completo di tutta la sua storia; vediamo il suo matrimonio, la sua infanzia, il suo incontro con gli assurdi alieni del pianeta Tralfamadore e, naturalmente, la sua esperienza al fronte. Vediamo l’assurdità della vita, della morte, della guerra; ma il narratore non si abbandona mai alla disperazione o alla rabbia. La prosa del romanzo è sottotono, semplice, qua e là velata appena da un filo di ironia. Come il suo personaggio, intrappolato nella trama del tempo, Vonnegut sa che non può cambiare il passato. Oggi come ieri possiamo riempirci la bocca quanto vogliamo di belle parole; chi è morto rimane morto, e non ci possiamo fare nulla. La violenza è priva di senso, e sarà sempre così. Di fronte a ogni morte, a ogni evento tragico, Billy non può che ripetersi «Così è la vita».
Ma la vita va raccontata. Leggendo Mattatoio n. 5 ci si rende conto, riga dopo riga, che l’umanità di cui si parla è anche la nostra, che le miserie dei protagonisti sono le nostre. Vonnegut è allergico al melodramma e alla retorica, mette sullo stesso piano amore, miseria, stupidità, ferocia, gentilezza, solidarietà. Quel che gli interessa è la realtà – quello che gli interessa è l’uomo.
Mattatoio n. 5 non sarebbe rimasto a lungo il mio romanzo preferito; e non è il miglior romanzo mai scritto. Ma per me è stato un libro importante. Mi ha fatto pensare che la vita è breve e stupida, ma è anche l’unica cosa che abbiamo; che la realtà e gli altri esseri umani sono le uniche cose che abbiamo. E in questi giorni, mentre le tensioni tornano ad accumularsi a ogni livello della società e la violenza torna ad accompagnarsi alle più diverse forme di retorica, quella di Vonnegut è una lezione che spero di non dimenticare.

Kurt Vonnegut: Mattatoio n. 5 (traduzione di Luigi Brioschi, Feltrinelli, collana Universale Economica, 196 pagine, 7,50 euro)

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