Passeggiata creativa alla scoperta del quartiere operaio

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C’è un quartiere, a Como, in cui il genius loci tende a identificarsi con un genio dell’architettura mondiale – Giuseppe Terragni – e con il movimento razionalista di cui fu massima espressione. Si tratta di Como Borghi, dove l’archistar (termine sconosciuto ai suoi tempi) ha progettato l’asilo impropriamente chiamato Sant’Elia (all’autore della Città nuova, eroe di guerra, era in realtà intitolato l’intero rione), che il 31 ottobre compirà 80 anni. E ha lasciato un’impronta anche nelle case popolari.

L’asilo Sant’Elia in una foto d’epoca (archivio Giuseppe Terragni)

Sabato 21 ottobre dalle 10 alle 13 (posti esauriti, aperta lista d’attesa, info su www.passeggiatecerative.it) proporremo una delle possibili chiavi di lettura del “quartiere operaio”, partendo dal Museo della Seta, promotore della passeggiata, lungo la sponda del torrente Cosia che ha alimentato le fabbriche attorno alle quali sono sorte le case e le scuole. Oggi i macchinari, le fotografie, i dipinti e gli altri cimeli esposti nella sede di via Castelnuovo 9 sono utilissimi riferimenti per capire l’evoluzione e la storia umana e sociale dei dintorni. Fuori, infatti, di quelle industrie non rimane quasi più nulla, ma le residenze e i servizi connessi ci sono ancora tutti. E a saperli ascoltare raccontano speranze e e dolori di migliaia di persone che li hanno vissuti.

Di fronte al Museo della seta, sull’altra sponda del Cosia, la Tintoria Ambrogio Pessina non c’è più, ma voltando l’angolo tra via Castelnuovo e via Palestro, all’incrocio con via Anzani (civico 35), si possono riconoscere le case che l’imprenditore fece costruire, primo in città, per le maestranze e gli operai della sua azienda tra il 1929 e il 1936, affidando la progettazione agli ingegneri Adolfo Dell’Acqua (la sua visione razionalista si coglie nello spigolo dell’edificio, scampato alle imposizioni della Commissione d’ornato) e Francesco Cappi. Proseguendo lungo via Anzani, dopo aver superato i giardini pubblici, sulla sinistra, si stagliano le case progettate dallo stesso Terragni con Alberto Sartoris per lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) tra il 1938 e il 1943. L’iter progettuale fu lungo – in partenza gli edifici erano stati pensati per un grande insediamento suburbano a Rebbio – e dalle soluzioni innovative che si vedono negli schizzi preparatori (foto sopra) si è passati in parte a sistemi più tradizionali, come i ballatoi delle “case di ringhiera”. Ma alcune caratteristiche dell’architettura razionalista sono mantenute, come viene sottolineato sul sito dell’Archivio Terragni, dove è possibile visionare altri documenti: «La fascia del parapetto cementizio completa la facciata su strada, in un sistema simile a quello della Casa del Fascio. Il vuoto della scala dà maggior profondità all’armonia disadorna della facciata, straordinaria regola anche in quest’opera».

Al civico successivo (32) si trova la prima casa fatta costruire dallo Iacp, con la data (1927) e lo stemma della città di Como, ancora in evidenza sulla facciata. Svoltando in via Leoni, 200 metri più avanti si trova, all’incrocio con via Viganò, il più antico complesso di case operaie, il cosiddetto quartiere Francesco Viganò (pioniere della cooperazione, come Aristide Bari che fu anima di questa e altre imprese) fatto costruire dalla Cooperativa Edificatrice nel 1902-03. Fu un evento importante per la città, con tanto di bando e mostra dei progetti in gara. Vinse l’architetto Gandino Majsetti (cfr. XXCO di Fabio Cani).

Tintoria comense un funerale passa davanti alla centrale termica in costruzione nel 1929 (archivio Nodolibri)

Allora nel quartiere, affacciato su un altro torrente, il Fiume Aperto, fiorivano le industrie: in via Viganò la Colora e in via Castellini la Lombarda. Oggi fa impressione il cratere lasciato nel 2011 dalla demolizione di quest’ultima, secondo solo a quello dell’ex Ticosa, dove terminerà il nostro percorso, dopo aver visitato altri due isolati di case popolari (il Trieste di via Castellini e il Volta di via Alciato, costruiti rispettivamente nel 1920-24 e nel ’27-’29 sotto la direzione di Antonio Giussani e Luigi Catelli) e l’Asilo Sant’Elia, gioco di trasparenze e pareti mobili pensato da Terragni perché vi potessero giocare i bambini, come ancora avviene. Si consiglia di raggiungere la Ticosa da via Regina Teodolinda, facendo una sosta al cimitero monumentale dove si trova l’edicola funeraria dell’industriale serico Gianni Stecchini, progettata da Giuseppe e Attilio Terragni. Dell’ex Tintoria Comense (l’acronimo Ticosa divenne la denominazione ufficiale dal 1956), oltre al cosiddetto Santarella, l’ex centrale termica del 1929, resta la ciminiera in via Sant’Abbondio. Simbolo accresciuto nel tempo, ma già presente nel quadro del 1864 che si trova proprio al Museo della seta.

L’edificio noto come Santarella, ma che in realtà fu progettato dalla ditta Barosi di Milano

(Nell’immagine in apertura la Sabra – Frontini, primo nucleo della Ticosa in un quadro del 1868 conservato al Museo della seta)

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