Passeggiando sulle orme di Giuditta Pasta

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Domenica 9 luglio, dalle 9.15 alle 13, si terrà la passeggiata musicale Sulle orme di Giuditta Pasta, nell’ambito del Festival Como città della musica, in collaborazione con Passeggiate creative. Narrazione di Pietro Berra. Tre momenti musicali, nel foyer del teatro, nel chiostro dell’eremo di San Donato e nel giardino dell’ex Grand Hotel Brunate (entrambi aperti eccezionalmente per l’occasione dai proprietari), con Federica Livi (soprano), Sara Magon (chitarra), Giorgio Martano (pianoforte). La partecipazione è gratuita con iscrizione obbligatoria alla biglietteria del Teatro Sociale, anche al telefono al 031270170, o via mail biglietteria@teatrosocialecomo.it. Possibile al termine pranzo convenzionato a 10 euro, prenotandolo direttamente a nidrinosportingpub@gmail.com, tel.: 031364097.

L’albergo Milano di Brunate visto dal colonnato del Teatro Sociale

A volte la storia si “mette in fila” in luoghi insospettabili. Osservando il portico del Teatro Sociale di Como con le spalle al Duomo, si noterà che inquadra come una cornice l’ex Grand Hotel Brunate, gioiello della Belle Epoque affacciato a picco sopra la città sul monte omonimo. E a metà strada, lungo la mulattiera che dal 1817 collega Como con il Balcone sulle Alpi, si incontra il quattrocentesco eremo francescano di San Donato.
Tre set di uno straordinario film sulle 5 Giornate del 1848, che nessuno ha mai girato e che verrà raccontato e suonato dal vivo per voi domenica 9 luglio, nell’ambito del Festival Como città della musica. Protagonisti l’orchestra che nella massima sala cittadina fece scoppiare la rivolta contro gli austriaci durante l’esecuzione di un’opera di Verdi, il prete – tiratore scelto Giuseppe Bernasconi che nell’eremo dovette ritirarsi per un po’ dopo le imprese al fianco di Garibaldi, e la cantante lirica più famosa del suo tempo, Giuditta Pasta, che a Brunate, proprio dove dal 1893 sorge l’ex albergo di lusso, issò il tricolore e intonò il Canto degli italiani, vista e sentita da tutta la città sottostante.

Il ritratto di Giuditta Pasta nella sala a lei dedicata al Teatro Sociale

Il primo dei tre episodi lo racconta nelle sue Memorie (inedite e conservate dal nipote Carlo Sidoli, salvo qualche stralcio pubblicato nel libro di Berra Nel paese dei pascaluna, storie e leggende lariane), il violinista Giosuè De Gregori, diciannovenne all’epoca dei fatti. La sera del 22 marzo 1848 al Sociale si dà l’Attila di Giuseppe Verdi, De Gregori fa parte dell’orchestra, ma è digiuno di politica e ignora di i significati reconditi dell’opera. Li intuisce quando, arrivati alla cavatina Cara Patria, dalla platea ai palchi fino al loggione, tutti si alzano in piedi a cantare assieme al tenore piacentino Carlo Negrini: «Cara Patria, già madre e reina / di possenti magnanimi figli, / or macerie, deserto, ruina, / su cui regna silenzio e squallor; / ma dall’alghe di questi marosi, / qual risorta fenice novella, / rivivrai più superba, più bella…». Gli ufficiali austriaci, seduti in prima fila, intimano ai soldati di guardia di fare fuoco per placare la folla. Solo l’intervento del commissario superiore di polizia, un comasco filoasburgico ma galantuomo, evita la strage: rivendica il compito di mantenere l’ordine pubblico e invita gli spettatori a lasciare la sala.  Il violinista se la svigna da una porticina laterale e a casa, nonostante il trambusto, riesce a persino a prendere sonno. Ma alle quattro di notte viene svegliato dal passo lento e grave di una ronda: si affaccia alla finestra e, sorpresa, vede «curati e cittadini che marciano assieme». Si fanno barricate a tutte le porte della città per sbarrare la strada alle truppe di Radetzki, che stavano sopraggiungendo a marce forzate. I comaschi si appostano sui tetti armati di sassi e travi. A Porta Sala, oggi via Garibaldi, il padrone di casa di Giosuè getta dalla finestra persino un pianoforte a coda. L’esercito austriaco alza bandiera bianca, rinunciando a entrare in città.

L’eremo di San Donato dove si ritirò il prete garibaldino don Giuseppe Bernasconi

Quella sera Giuditta Pasta, non era al Sociale e nemmeno nella sua villa di Blevio. Ma era già salita «a Brunate per ivi in sito eminente piantare il sacro vessillo della libertà, appena si fosse verificata la notizia della liberazione di Milano», come ci racconta il giornale patriottico Il Lario nato in quei giorni. La vittoria fu finalmente proclamata «il 23 marzo poco prima di mezzogiorno. Un’ora dopo – nota l’articolista -, un suo servo, rimasto in Como ad aspettare l’arrivo del corriere milanese, uditane da questo la buona novella, corse a Brunate a recarla alla signora. Non si può esprimere con parole il lampo di gioia, che balenò in volto a Giuditta Pasta. Spiegò la bandiera tricolore, che ella stessa aveva cucito, recandosi di volo al luogo dove aveva disegnato piantarla. Questo luogo chiamasi Piz, ed è quella punta eminente, che sta sopra Como, e donde si discoprono tutta la città, i suoi borghi, il seno del lago fra Cernobbio, Geno e Como, vastissimo tratto della pianura lombarda, la lunga catena delle alpi e l’altra che segue degli Appennini…».

Vista dal Piz di Brunate, Dove Giuditta Pasta issò il tricolore e ora sorge l’ex Grand Hotel

Ha inizio una liturgia che mescola sacro e profano: «L’egregia donna sventolò la bandiera sopra Como, la piantò, la toccò riverentemente con un Crocifisso d’argento, benedetto dal degno sommo pontefice l’illustre Pio IX, versò al piede del legno su cui era inalberato il segno della libertà, con rito mistico, acqua, poi vino, a simboleggiare la futura prosperità agraria». Proseguì «la cerimonia con breve canto, facendo echeggiare nelle volte del cielo quell’angelica voce, che levò in ammirazione tutti i teatri d’Europa; e fece un brindisi al parroco Monti, non ultimo de’ buoni italiani». Il Monti non fu nemmeno il solo sacerdote ad aderire ai moti patriottici. Più di lui fece un altro brunatese, don Giuseppe Bernasconi, ordinato proprio nel 1848. Lo ricorda il pronipote Emilio Alfieri in un articolo del 1949 dedicato a un prezioso bene appartenuto per oltre un secolo alla sua famiglia, l’eremo di San Donato a Garzola Superiore. «Il mio amato prozio […] a San Donato dovette soggiornare lunghi anni, quasi in esilio, per aver durante le campagne del 1859 e del 1866 lasciato temporaneamente l’abito talare per vestire la divisa di volontario garibaldino ed imbracciare la carabina per la redenzione della Patria».
Il resto della storia… domenica prossima, nei luoghi dove i fatti sono avvenuti.

Il programma dei momenti musicali

FOYER TEATRO SOCIALE

G. Verdi, Preludio (dall’opera Attila)

V. Bellini, Come per me sereno (dall’opera Sonnambula)

V. Bellini, Oh quante volte, oh quante (dall’opera I Capuleti e i Montecchi)

Federica Livi, soprano

Giorgio Martano, pianoforte

EREMO DI SAN DONATO

M. Carcassi, Primo potpourri su arie di Rossini op. 13 n. 1

G. Anelli, Tema e Variazioni sull’aria Deh con tedalla Norma di V. Bellini

V. Bellini, Casta diva (dall’opera Norma; riduzione per chitarra sola a cura di M. Paturzo)

Sara Magon, chitarra

EX GRAND HOTEL DI BRUNATE

Il Canto degli Italiani (testo di G. Mameli, musica di M. Novaro)

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