Lettera a Francesco Totti, campione intramontabile

0 1039

Caro Francesco, il tempo passa per tutti, ma gli anni più belli fatti di ricordi e di emozioni rimangono indelebili per sempre nel cuore delle persone che ci credono. Sono nato a Como, ma ho origini romane per via di mio papà e tifo Roma sin da piccolo. Non ricordo, francamente, di aver vissuto un’era calcistica come tifoso senza averti visto in campo o negli schieramenti delle varie formazioni dei vari Fifa videoludici.

Ecco Totti il giorno della sua ultima partita con la Roma al momento della consegna della sua maglia incorniciata

Dicono, spesso, che la gente si strappi i capelli per idoli e valori contestualizzati alle mode e alle manie dei tempi che corrono. Sin da quando ero bambino compravo nelle bancarelle di dove andavo in vacanza le tue magliette taroccate, di quel tessuto chimico che usano per i rivestimenti delle zanzariere per indossarle durante le partitelle di calcio nel campo comunale con i miei amichetti di turno.

Avevo la fortuna di essere uno dei pochi (spesso l’unico) a tifare Roma e di conseguenza non sorgeva il problema di essere il clone di Delpiero o di Ronaldo (quello dell’Inter), come capitava agli altri bambini: anche se qualcuno tentava di presentarsi con qualche maglietta tua, ero io il primo a farlo demordere in diversi “modi”. Ho vissuto il calcio, agonisticamente parlando, non andando mai oltre alle basse categorie, se non per qualche spicciolo di gloria ottenuto con qualche presenza in amichevoli di prestigio contro squadre di categoria di alto livello regionale. Perciò di calcio io non me ne intendo davvero.

Francesco Totti e sua moglie Ilary Blasi insieme ai figli Christian, Chanel e Isabel

Malgrado tutto, io, nel mio piccolo, mi sentivo come te, cosi come apparivi in televisione, con il tuo fare un po’ ironico da coatto romano che con l’arbitro aveva sempre la battuta pronta che si leggeva sul labiale in maniera plateale, neanche fossero scritte con i sottotitoli. Alle medie fui persino richiamato dalle professoresse per una mia condotta non corretta quando ho deciso di emulare il gallo cedrone in classe, abbondando di erre le parole e abbreviandole con quella dialettica degna del migliore legionario del colosseo.

Il giorno in cui la Roma vinse lo scudetto 17 giugno 2001 , Roma-Parma 3-1 qui Totti esulta dopo il primo goal siglato da lui

Io a Roma andavo spesso – parenti e amici tantissimi – e ho avuto modo di confrontare e paragonare il calcio vissuto di una città come la capitale in confronto alla nostra piccola realtà di provincia e devo dire che, per molti versi, quasi mi spaventava la differenza: i duelli che si creavano in ogni circostanza tra Laziali e Romanisti erano assurdi persino nelle faide tra parenti dove una battuta di troppo diventa la scintilla che faceva scaturire la rissa. Ovviamente sto estremizzando, ma sappiamo entrambi che per alcuni versi non è cosi. Forse tu ne sai qualcosina in più, essendo un cittadino romano a tutti gli effetti.

Io Roma c’è l’ho nel cuore: i primi amori adolescenziali, le scorribande tra le vie del centro storico, il suono delle risate e il calore delle persone. Roma per me è stata è sarà sempre questo: le canzoni di Venditti alla radio e i tormentoni estivi che si ripetevano in televisione al Festivalbar. Tu, in tutto questo, sei perdurato in 25 anni di carriera calcistica alla Roma, la tua sola è unica squadra del cuore, e questo ti ha reso in maniera inamovibile un icona per diverse generazioni, non solo per gli sportivi e per chi segue il calcio: nel collettivo quotidiano della vita di ognuno di noi italiani sei stato il personaggio da accostare alla pizza e al mandolino.

Non voglio polemizzare su chi ti ha trattato ingiustamente negli ultimi anni della tua permanenza nella società giallorossa, perciò evito di fare assurde esclamazioni di poco conto perché rovinerebbero solo la magia di questo incantesimo. Sì, perché, Francesco, tu sei la dimostrazione vivente che la gente ha un cuore e al di là delle bandiere e del tifo ha saputo vedere in te un’umanità e ti ha accostato a valori che, oggi più che mai, abbiamo bisogno di riscoprire: la famiglia, le tue scelte e le tue passioni, ma, soprattutto, quella voglia di scherzare e sorridere come un Peter Pan che non vuole crescere. In te, nel bene e nel male, ci ho visto sempre la spontaneità.

I compagni di squadra osannano il loro capitano per l’ultima volta in un olimpico sold out di oltre 65mila spettatori

I tuoi guizzi, i tuoi assurdi sregolati atti di genio e follia ti hanno concesso di rendere possibile ogni cosa immaginabile e scommetto che non mi stupirei se venissi a sapere che durante le partite di calcio riuscivi a fare quegli assurdi flashback mentali che facevano i giocatori in Holly e Benji: sapevi toccare ogni pallone in modo così aggraziato che anche quando sparavi dei missili a 140 chilometri orari sembrava che la sfera fosse stata toccata con dei guanti di velluto.

Io non esagero Francesco nel dirti che se in alcuni momenti della mia vita ho trovato la forza di reagire alle sfortune e alle intemperie è stato grazie a te e all’esempio che mi hai dato. Non mi importa se le persone dicono che dal’alto del tuo impero e conto corrente a sei zeri tutto è più facile. Non importa se c’è la classica frase in cui tanti si rispecchiano nel dire che chi gioca a pallone non sa cosa voglia dire sacrificarsi e lavorare duro. Io so solo che quando ti vedevo in campo la domenica mi sentivo bene. Ti vedevo giocare e stavo meglio e se segnavi o davi spettacolo gioivo come se fossi stato io stesso a compiere tali gesti.

Faccio fatica a trattenere le lacrime mentre scrivo questa lettera, ma ci tenevo troppo a salutarti e a dirti che ti ammiro come giocatore e come uomo. Mi hai regalato infinite emozioni, hai saputo rendermi il bimbo eterno che sono e non importa se ho visto la Roma vincere un solo scudetto da quando sono nato, perché potrò raccontare ai miei figli e ai miei nipoti di aver vissuto gli anni incantati, gli anni leggendari di un campione, di un imperatore che ha saputo racchiudere in una maglia da calcio un’intera città al suo cospetto e una nazione intera a celebrarlo commuovendosi.

Francesco saluta per l’ultima volta i suoi tifosi da giocatore della Roma

Non so cosa farai ora, anche se in cuor mio spero di vederti ancora giocare a pallone, ma sappilo Francesco, tu non devi aver paura di niente, perché sei e sarai per sempre quell’eterno ragazzino che non molla mai e sa tirar fuori dal cilindro un idea, un lampo di genio, una qualsiasi cosa che saprà stupire tutti come sempre. Hai fatto star bene tante persone e questo non si dimentica facilmente, quindi vivi sereno e sappi che c’è un comasco che continuerà a ricordare per tutta la sua vita ciò che sei stato e continuerai a essere, una leggenda.

Ciao Francé ti voglio bene.

Lascia un commento