Le Periferie fiabesche di Barbieri e Petrosino

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Ci siamo persi nei boschi delle fate ieri sera al Teatro Sociale di Como quando le Primavere hanno messo in scena la Periferia più lontana, quella delle fiabe della tradizione, storie «più per adulti che per bambini». Silvia Barbieri e Silvano Petrosino, rispettivamente voce narrante e grillo parlante che dice solo la verità ci hanno presi per mano e tra mille pericoli, perché certe verità, si sa, fanno male, hanno permesso ritrovassimo la strada di casa, un po’ più consapevoli, un po’ meno fragili.

Silvia Barbieri e il pubblico del Teatro Sociale

L’apertura, di pura magia, è stato l’incontro con la sirena di Big fish, pellicola di Tim Burton scelta da Lake Como Film Festival e presentata da Andrea Giordano, critico cinematografico accolto sul palco da Diego Minonzio, direttore de La Provincia. Si è poi aperto il sipario e i bambini sono diventati protagonisti con la lettura I bambini sono poeti tratta da Il pensiero bambino di Maria Rita Parsi. «Non esistono bambini bugiardi – ha letto Silvia Barbieri – perché i bambini non raccontano bugie ma fiabe, i bambini sono fatti di fiabe. L’infanzia è una violenza da attraversare ma è anche attesa di eventi luminosi e lieti, eroici, santi e belli. Se l’infanzia di un bambino è stata buia, triste, grigia, spaventata, nessun drago, fantasma o mostro all’improvviso sconfitto, nessuna luce, egli diventa adulto ma dentro di lui il bambino aspetta, murato nel semisonno dell’attesa. Aspetta che l’infanzia sia magica, bella e santa. Bisogna illuminare l’infanzia per farlo crescere». Poche parole per risvegliare i bambini assopiti nel cuore di ogni adulto in sala e poi la domanda al filosofo: «Com’è che le fiabe non son favole?», il cuore della serata. Attraverso la verità dell’esperienza si cresce e i bambini diventano adulti. Quelle verità sono custodite nelle fiabe.

Diego Minonzio e Silvano Petrosino

La parola torna alla narrazione e a Cappuccetto Rosso, non proprio il colore più adatto per passare inosservate al lupo, ma simbolo della trasformazione della bambina in donna. Il finale arriva in fretta: «Il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso». Fine della storia, secondo Perrault, primo autore della trascrizione della fiaba. Il male, quando assecondato, vince e quindi, per dirla con Hobbes, homo homini lupus ma Silvano Petrosino ricorda anche il finale dei fratelli Grimm e il riscatto del bene, grazie al cacciatore che tagliando la pancia al lupo fa rinascere a nuova vita, come donna, Cappuccetto Rosso la quale tornando a casa dimostrerà di aver compreso la lezione: il male esiste, lo ha conosciuto e ha deciso di evitarlo.

Silvia Barbieri

Un altro bosco, questa volta protettivo, accogliente e subito tanto rosso, quello delle guance di Biancaneve, quello del sangue, della mela e il filosofo interviene e dipana il groviglio dei sentimenti: invidia, gelosia e la grande paura della morte. Perché la matrigna di Biancaneve è questa che teme nel profondo del suo cuore nero e proprio la paura della morte, esperienza drammatica e universale, è la terribile verità svelata dalla fiaba, una paura che se prevale trasforma gli esseri umani in creature capaci di male feroce. La narrazione prosegue fino al sonno profondo di Biancaneve che i nani non sanno più risvegliare perché la bambina ha scelto la mela rossa della passione e sarà necessario aspettare il principe perché rinasca, ancora una volta, a vita nuova come donna. La bella matrigna, neanche a dirlo, farà una fine atroce e per non salutarci con la prospettiva di spaventosi incubi, la serata si è conclusa con una filastrocca scherzosa di Rodari che capovolge tutte le fiabe a ricordare che ogni giorno, da che c’è memoria, le storie si inventano daccapo.

(Foto di Carlo Pozzoni)

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