Le otto montagne, Paolo Cognetti alla libreria Colombre

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Giovedì 20 aprile, alle 21, alla libreria Colombre di Erba, Paolo Cognetti incontrerà il pubblico e presenterà Le otto montagne, il suo nuovo romanzo, una storia di amicizia tra due ragazzi – e poi due uomini – così diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, alla continua ricerca di una strada per riconoscersi. Il libro, diventato sin da subito un caso letterario, è in via di traduzione in 30 paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda, Danimarca, Turchia, Russia, Islanda, Cina, Israele, Norvegia, Finlandia, Corea del Sud e molti altri.

«Questo mi rende molto felice – racconta l’autore – soprattutto perché arriva dopo anni di grande studio e lungo lavoro. È stato un percorso di crescita continuo: scrivo da quando avevo 18 anni, ma c’è un elemento di sorpresa assoluta, dal momento che un successo non si può di certo programmare. Credo che ci siano tre elementi profondamente universali in questa storia, il legame molto forte con un luogo antico, l’egemonia della città in crisi, l’amicizia tra due ragazzini che diventano uomini. La letteratura è proprio questo, qualcosa di molto locale e privato che diventa miracolosamente universale, come ne Il richiamo della foresta di Jack London o ne Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway… Altrimenti, come potrebbero interessare a tutto il mondo le storie di un vecchio pescatore cubano o di un cane che torna lupo?»

Un romanzo potente e suggestivo, che esplora le relazioni e i desideri alla ricerca del proprio posto nel mondo, e ruota intorno al forte amore per la montagna, di cui Cognetti non fa certo mistero.

«Come nel libro, il mio amore per la montagna è scoppiato nell’infanzia – prosegue – sono nato e cresciuto a Milano ed ho passato tutte le estati della mia vita in Valle d’Aosta fino ai vent’anni. Ho ricordi molto felici di questo periodo, a Milano sono stato un bambino da appartamento, mi sono sentito rinchiuso ed è una città che ho sempre sofferto molto, mentre la montagna era il luogo della libertà, dell’unione e dell’intimità familiare. Per dieci anni ho abbandonato quei posti, ho viaggiato e fatto altro, la cosa è stata un po’ seppellita coi ricordi d’infanzia, ma l’ho riscoperta dopo i trent’anni, perché, in seguito a un momento di crisi, ho pensato che forse quello era un luogo dove potevo ricominciare; così ci sono andato a vivere, e sono 8 o 9 anni che trascorro lunghi mesi in una baita a 2mila metri in Valle d’Aosta. Questi movimenti, l’infanzia, il distacco dalle montagne e il ritorno sono gli stessi che vive Pietro nel romanzo, una storia non del tutto autobiografica ma che mi appartiene profondamente.»

Un incontro significativo, quello tra Pietro e Bruno, due bambini che arrivano da mondi che appaiono diametralmente opposti, la città e la montagna, ma trovano un terreno comune di dialogo, confronto e condivisione, che rimane, negli anni, accidentato e granitico come le rocce delle Alpi.

«Il mio miglior amico è un montanaro – conclude – e questa mia fuga in montagna non è stata un scelta di solitudine o eremitaggio, ma l’inizio di nuovi incontri e relazioni. Ho stabilito un forte rapporto con un uomo di montagna, che mi ha ispirato il personaggio di Bruno; da bambino non avevo un amico di montagna, e mi è mancato molto, scrivendo il romanzo si è realizzato anche questo sogno. Avevo in mente un forte modello letterario, un archetipo, per così dire, l’antichissima storia di due amici, uno che sta sempre fermo in un posto e l’altro costretto a vagabondare e a tornare lì ogni tanto per ritrovare la sua metà, come in Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse o Due di due di Andrea De Carlo.»

Ingresso libero.

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