Lamerica di Amelio e Litalia dei migranti

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Lamerica, di Gianni Amelio, è un film proiettato per la prima volta nel 1994. Un’opera che fotografa un dramma, quello che portò numerosissimi profughi albanesi, a salpare alla volta dell’Italia sulle famigerate navi della speranza, alla ricerca di un futuro migliore, L’immagine di quelle migliaia di persone assiepate sulle imbarcazioni sono ancora vive in una memoria collettiva che si è rinnovata martedì sera in piazza Martinelli nella serata organizzata dall’Arci e da Como senza frontiere. Oggi la forte ondata migratoria arriva dall’Africa e Como è un punto di passaggio verso il resto dell’Europa dove punta la maggior parte dei profughi.

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Si è parlato molto di loro, della situazione, si sono scontrate opposte fazioni, un incredibile numero di comaschi si sta prodigando, da settimane, per portare ristoro, conforto, assitenza medica e legale a centinaia di persone che, altrimenti, sarebbero abbandonate a loro stesse nell’area della stazione di Como San Giovanni. Si sono ascoltate molte voci, ma per la prima volta, in pubblico, si è levata una voce dall’Africa. Una voce dell’Africa. È quella di Sabeel, 33 anni, sudanese, laureato in agraria, parla arabo, inglese e francese. Ecco il suo racconto.

«Vi ringrazio per questa opportunità. Vi ringrazio e ringrazio la comunità di Como. Il mio nome è Sabeel, vengo dal Sudan e sto vivendo alla stazione. Sono arrivato in Italia due mesi fa e sono alla stazione di Como da tre settimane. Per arrivare qui ho impiegato due anni: dal Sudan all’Egitto, dall’Egitto alla Libia e dalla Libia all’Italia.

Voglio dire una cosa: non siamo venuti qui per invadere l’Italia o l’Europa. Non siamo venuti qui per nostra scelta, ma a causa di una tragedia. Non voglio parlare solo di me, ma raccontare qualcosa del mio Paese. In Sudan è in corso una guerra iniziata nel 1955: è la più lunga guerra civile della storia dell’Africa. Due milioni e mezzo di persone sono morte: è la guerra che ha fatto più vittime dopo la II guerra mondiale. Il nostro presidente, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, è stato accusato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur. Da quando è presidente ha causato un milione di morti, milioni di persone si sono spostate all’interno del paese, migliaia di altre sono state improgionate, torturate, violentate.

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Questo non accade solo nel mio Paese: vi invito a cercare su Google cosa succede in Etiopia, Eritrea, Somalia, Siria, Iraq, Afghanistan, Bangladesh: queste sono le terre da cui provengono i profughi che si trovano alla stazione.

Vorrei chiarire una cosa: questi dittatori non sono una nostra scelta. Sono stati messi al loro posto da una politica mondiale che li favorisce e vende loro anche le armi con cui ci torturano e ci uccidono.

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Per arrivare qui io ho impiegato due anni, sono stato imprigionato in Libia, ma in pratica si è trattato di un rapimento: ho dovuto pagare un riscatto per la mia vita e per tornare libero. Sono stato molto fortunato rispetto ad altri fratelli che sono morti o sono stati torturati.

Tutti noi abbiamo speso molti soldi per arrivare qui: abbiamo perso molti fratelli, parenti, amici nel Mediterraneo. Famiglia, per un africano, non è solo quella formata dai parenti stretti, ma tutto il nucleo che le ruota attorno. È stato un incubo, ma quando siamo arrivati pensavamo che quell’incubo fosse finito. Come sapete non è andata così.

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La cosa che vogliamo è raggiungere i nostri fratelli che sono già in Europa. Stiamo cercando di passare il confine per andare oltre, ma ci riprendono e ci rimandano indietro, alcuni sono stati deportati fino a Taranto, 48 sono stati rimpatriati in Sudan, dal dittatore… Noi stiamo vivendo alla stazione, come dei senzatetto.

Ci hanno detto che i governi europei stanno firmando degli accordi con i nostri Paesi per rimandarci indietro, ma noi chiediamo com’è possibile firmare un patto con il diavolo per riportarci là?

Noi chiediamo che venga creato un corridoio umanitario per passare il confine. Invece di investire tanti soldi per rimandarci indietro ogni volta, l’Italia potrebbe aiutarci a passare il confine.

Aiutateci a cambiare le cose per poter vivere una vita normale: noi vogliamo solo un luogo dove essere in pace».

Sabeel, al contrario di tanti profughi che temono di essere identificati e poi perseguiti se rimpatriati, dice di non avere problemi a essere fotografato. Io ho scelto di non farlo, per eccesso di zelo, forse, anche per rispetto della sua condizione e del suo dramma: al termine di quello che a qualcuno sembrerà «la solita storia che raccontano tutti» (forse perché tutti stanno fuggendo dai medesimi problemi e affrontano le stesse repressioni?), lui è prorotto in un pianto liberatorio, lontano dalla scena.

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