La giacchetta lilla di Lidia Menapace

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Spesso si invidia l’apparente, inspiegabile energia di alcune persone più anziane. Qualcosa di misterioso che le porta a scattare come molle nonostante la natura le rallenti necessariamente. «Ne hanno passate tante», è la solita giustificazione. Lidia Menapace lei sì, ne ha passate tante, e ne ha fatte passare tante un po’ a tutti, in particolare agli uomini. Lidia è un eruzione vulcanica. La sua lava ha scaldato ancora ieri sera le poltrone dello Spazio Gloria, e scatena qualcosa nello spettatore che si fa strada nella complessità della sua vita. Vita che si destreggia tra la lotta partigiana a Novara, politica attiva, comizi, conferenze, manifestazioni femministe nelle quali lei è sempre stata la figura di spicco. Questa grandissima donna, figlia di un illuminismo quasi incosciente («I miei genitori non avevano studiato l’illuminismo, ma vivevano all’insegna della ragione»), colpisce a fondo per la sua abilità di trasmettere contenuti importanti con la giusta semplicità ed ironia. Perché è proprio il “principio” della frivolezza che l’ha salvata spesso nella sua vita. Ed è quella che conferisce il titolo al docu-film: Non si può vivere senza una giacchetta lilla fa riferimento a un’affermazione di Rosa Luxemburg, quando stava in prigione, che con quella sfrontatezza di cui si è poi fatta carico Lidia, ha richiesto che le venisse comprata questa giacca lilla, come se non fosse possibile viverne senza. Questo spirito ironico e trasparente, senza nodi, è il filo rosso della vita di Lidia Menapace. Per portarne un esempio, straripando dagli argini dei canoni linguistici imposti dalla storia, e quasi facendo loro il verso, Lidia sottolinea la sua libertà sconfinata dicendosi promotrice di una «via alcolica al socialismo», sventolando sorridente una foto con un calice in mano.

Personalmente ho apprezzato l’impostazione del docu-film, che mirava a tradurre la vita di Lidia nella sua semplicità, senza strabordare nel moralismo o nella mitizzazione stereotipata, rispettando appieno la sua personalità. All’interno di questa sorta di racconto di una nonna ai nipotini (nonostante in sala potevano essere quasi tutti suoi fratelli o, al massimo, suoi figli, purtroppo), Lidia affronta una questione a mio parere importantissima, ossia quella del linguaggio. La donna sottolinea quanto comunemente si ami usare il collettivo “uomini”, per riferirsi sia ai maschi che alle femmine, «Perché dire uomo è come dire donna», e ribatte a gran voce che a suo parere invece dire donna non è come dire uomo, che i due sostantivi non sono in alcun modo interscambiabili (peccato per i maschi che avrebbero potuto guadagnarci qualcosina…). Ancora sottolinea quanto il linguaggio che adottiamo ogni giorno, quasi senza rendercene conto, abbia una fortissima impronta militare, violenta. Rifiuta l’etichetta appicicatale di “combattente” partigiana: disarmata, la sua “lotta” era un’espressione di sé stessa e della sua libertà, per lei da sempre imprescindibile. L’abbandono della lettura strettamente militare della storia è forse parte di un modo di pensare intrinseco al mondo femminile, e qui arriva ciò che ho più apprezzato nelle parole di Lidia Menapace in riferimento al femminismo. La nostra “dolce rivoluzionaria”, per dirla alla Modena City Ramblers, ama pensare che il femminismo sia assimilabile a un fenomeno naturale, in particolare a un fiume, placido, che si allarga nelle pianure goleniche.

Come un fiume nel corso della storia il femminismo ha avuto dei momenti bui, sotterranei, per poi tornare in superficie e acquistare spazi: non è ancora sfociato in un grande oceano capace di sfiorare tutti i continenti ma l’impegno deve essere un testimone da consegnare di generazione in generazione, all’insegna di un percorso che mira a sfatare ogni tipo di pregiudizio insito in una cultura fondatasi sul potere e sul militarismo, quasi sempre dannoso per l’umanità stessa, prodotto dell’uomo (maschilmente inteso). L’unico modo per far sì che il fiume si faccia strada è che si liberi dai detriti che rendono l’acqua stagnante. Lidia richiama qui il codice etico coniato da sua madre: «Ragazze siate indipendenti economicamente e poi fate quello che volete, cambiate pure uomo, l’importante è che non gli chiediate i soldi per le calze, perché non si può essere indipendenti nella testa se si è dipendenti nei piedi». Indipendente dappertutto, Lidia Menapace risponde all’amara questione che molti sfoggiano più o meno fieri come dimostrazione forse poco costruita della presunta superiorità maschile: «Ma il cervello dell’uomo pesa più di quello della donna». Stanca Lidia di dover addure spiegazioni scientifiche poco efficaci per un auditorio abituato al demagogo, come un fulmen la sua frivolezza ironica lilla si abbatte sugli ascoltatori «Beh, tutti sanno che il diamante pesa meno della zucca».

1 commento

Laura Spreafico
26 aprile 2017 alle 11:40

Bellissimo articolo. Esaustivo e coinvolgentre.
Grazie Silvia
Grande Lidia!!
L’ho conosciuta solo in quest’occasione.
IMPAGABILE

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