Incontro con Francesco Guccini

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Francesco, puntualissimo, fa capolino dalle quinte e l’intero teatro ammutolisce all’istante. Il primo piede sul palcoscenico è standing ovation, applausi, fischi, urla. Francesco si schernisce, il passo lento e un po’ incerto degli anni, avanza di un paio di metri e intima un «seduti» bonario e divertito, come di uno che sta nel bel mezzo del cortile e fa la conta per chi deve stare sotto a nascondino. Poi occupa una delle due poltrone al centro del palco e si accomoda lì, in attesa.
Inizia così Incontro con Francesco Guccini, condotto da Massimo Cirri, in programma al Teatro Dal Verme di Milano lunedì 11 aprile e che ha registrato il sold out in pochissime settimane. Non un concerto, perché «ho fatto un voto», dirà poi, ma una chiacchierata, un racconto autobiografico carico di ironica nostalgia, culminato con la performance dei Musici, che da sempre lo accompagnano, amici e compagni di vita e arte.
incontro-con-francesco-gucciniPorta un braccio al collo, Francesco, ed esordisce raccontando del suo incidente di un mese fa, mentre si trovava in visita ad Auschwitz: «Non c’era la neve, ma sono caduto lo stesso», dice, mostrando il braccio fasciato. Scherza sulle prime cure ricevute, riportando la gentilezza del personale dell’ospedale locale – «anche se parlavano tutti polacco e io il polacco non lo capisco benissimo»-  e riferisce di una frattura all’omero destro, che lo limita nei movimenti ma non nel pensiero e nella lingua, sciolta e acuta come sempre.
Cirri gli chiede degli inizi, del Guccini bambino e del suo primo approccio alla musica, finché si finisce a parlare di quella erre così caratteristica, e di un altro piccolo difetto di pronuncia, risolto, invece che da lunghe sedute di logopedia, alla maniera delle zie di una volta, con un semplice: «Se mi dici bene la C ti regalo cinquemila lire», che ai tempi equivalevano a una piccola fortuna.
Poi l’interesse, negli anni dell’adolescenza, per il jazz di Gerry Mulligan, che però «bisognava saperlo suonare», e la straordinaria scoperta del rock’n’roll, che «con tre accordi, volendo, te la cavavi».
Ma la vera folgorazione arriva da quel film, visto da un pugno di ragazzini di provincia, nel quale un gruppo di cinque musicisti vince un premio, suonare per un’intera estate in un campo di scoutgirl. Da qui, la decisione immediata di mettere su un “complesso”, nel quale il più ricco della compagnia suona la batteria, ovviamente. Francesco sceglie la chitarra, che compra da un falegname di Porretta grazie a un prestito del nonno, e impara Rock around the clock di Bill Haley & The Comets e Only you dei Platters in sol, con un si7 maledetto «che mi fermavo, facevo l’accordo e ripartivo».
«Mi chiamano maestro, ma io rido, perché è vero che sono un maestro, ma elementare», dice Francesco, che si definisce, a un certo punto, «vuslazza (vociaccia in bolognese) ma intonata» e uno «snob bestiale», e racconta di quando faceva il cronista per la Gazzetta dell’Emilia, «dalle 15 alle 19 e dalle 21.30 alle 3 del mattino, fino a quando il giornale non era pronto, tutti i giorni, tranne il 1° maggio e Natale» e guadagnava ventimila lire al mese.
Il successivo incontro con Alfio Cantarella dell’Equipe 84 e la proposta di suonare con il suo complesso da ballo segna la svolta nella vita professionale e artistica di Guccini: inizia a fare serate e a scrivere canzoni, e per la prima volta si trova tra le mani una chitarra elettrica (una Gibson Les Paul), che negli anni Sessanta è un vero e proprio “miracolo”, quasi come l’assolo di Be bop a lula di Gene Vincent.
Cirri lo stuzzica, chiedendogli del suo rapporto con le ragazze («Allora le ragazze non uscivano, stavano chiuse in casa… un disastro. Adesso vanno in discoteca a quattordici anni…. Fortunate le nuove generazioni»), poi, più seriamente, gli chiede se è vero quel che si dice sulla sua velocità di scrittura, e in quanto tempo ha scritto Auschwitz. Lui si schiarisce la voce, si sistema meglio sulla poltrona e racconta di come le parole siano sempre uscite con una certa velocità dalla sua penna, e che nello specifico quella canzone lì è stata scritta in una mezz’ora scarsa, con la prima strofa aggiunta per ultima, «Perché mancava l’inizio». Precisa che nell’ultimo periodo ci metteva anche due giorni per finire un pezzo, e che ha scelto di smettere proprio per questo motivo, dedicandosi ai libri, la cui velocità di scrittura è quella che predilige.
Non ha nostalgia delle sue chitarre, però, «Sono lì, le guardo, io non dico niente, loro non mi dicono niente, ma ci vogliamo bene», dice, ammiccando verso il pubblico. La chitarra è l’amica di sempre, compagna straordinaria durante i diciotto lunghi mesi di servizio militare, un grande aiuto per combattere la solitudine e la fatica di quei giorni. È qui che Francesco scrive Il sociale e l’antisociale, e riscuote talmente tanto successo tra i suoi commilitoni da indurre il capitano a proporgli di eseguirla a un importante raduno di ufficiali a Gorizia («Credo di non aver avuto molto successo, in quell’occasione»). Ammette di non aver dato il meglio di sé nel comporre i primi brani, e, parlando di Ophelia, pubblicata nel disco Due anni dopo del 1970, dice «è una canzone pretenziosa, piena di luoghi comuni». Imbeccato da Cirri, divide la sua produzione musicale in due categorie: nella prima, inserisce le canzoni più conosciute (Dio è morto, Auschwitz, L’avvelenata), che definisce «non grandiose, né per la musica né per il testo», nella seconda, quelle meno note al pubblico (Signora Bovary, Amerigo) ma «più belle». Infine, nel citare Van Loon diventa improvvisamente serio, spiegando di averla scritta per il padre, e di non essere più riuscito a eseguirla dopo la sua morte.
incontro-con-francesco-gucciniDopo più di un’ora di racconti e aneddoti, Francesco si congeda, presentando i Musici, e dicendo che le cose che gli mancano di più dei concerti sono le cene che li precedevano («Perché io non sono mai stato uno di quelli che prima del concerto mangiano poco o evitano di farlo, anzi…») e le serate che li seguivano. Mentre si allontana, accompagnato da un lungo, commosso appaluso, entrano loro: Vince Tempera alle tastiere (un omino canutissimo e curvo, con una sapienza artistica e un’energia nelle dita da far paura), Juan Carlos Flaco Biondini alla voce e alle chitarre, Antonio Marangolo al sax, Pierluigi Mingotti al basso e Ivano Zanotti alla batteria.
La scaletta è breve, nove pezzi in tutto, e Flaco si definisce un Giovanni Senza Terra che fa le veci di Re Riccardo, «ma questa volta Riccardo mi ha dato il permesso». L’esecuzione dei brani è intensa e sentita, i musicisti sanno quello che fanno e lo fanno maledettamente bene, l’intero teatro si sgola su Eskimo, piange su Cyrano e si cimenta sul testo della Locomotiva, ma nella testa e nel cuore di tutti c’è un’unica speranza: che Francesco esca dal camerino, torni sul palco e ne canti almeno una, fosse anche quell’Avvelenata così inflazionata («Perché ad ogni concerto mentre io faccio altri pezzi e c’è sempre uno che salta fuori e grida: L’avvelenata, facci L’avvelenata!») ma che ognuno dei presenti sente profondamente sua («e a culo tutto il resto» è una frase che portiamo tatuata nel fegato, diciamoci la verità).
Ma Guccini resta in disparte fino alla fine del concerto, e si mostra un’ultima volta per salutare di nuovo il pubblico, e dire che non canterà, perché «avevo detto che non mi sarei più esibito, poi tre mesi fa ho cantato un pezzo a Barcellona e mi sono rotto un braccio, quindi ho paura di quello che potrebbe capitarmi se cantassi adesso. Non si infrange un voto, porta male». Ed esce, seguito dai Musici e dagli applausi.
Rimango ancora un po’ a osservare il palco vuoto, con quel misto di delusione e congedo che si arrampica in gola, perché le canzoni di Guccini sono tali solo se le canta Guccini, c’è poco da fare, ma rispetto profondamente la sua scelta, convinta che ci sia più dignità nell’ammettere di non farcela più e appendere la chitarra al chiodo, piuttosto che nell’ingannare sé stessi e gli altri con l’idea di una carriera senza fine, per poi ritrovarsi a sessant’anni a cantare le gesta del partigiano reggiano (e provocare in me una sorta di ribellione gastrica che manco la peperonata di mia nonna riusciva a scatenare con tale violenza).
Quindi grazie, Francesco. Grazie per questi tuoi settantacinque anni condivisi con noi, nel bene e nel male, in salute e in malattia, come un matrimonio di bellezza che indossiamo volentieri. Grazie di tutto, grazie di cuore.
Ti si vuole bene. Maledettamente bene.

6 commenti

16 aprile 2016 alle 15:40

Grazie Alessia per avere condiviso con noi assenti all’evento questo magico incontro. Avrei voluto esserci anch’io ma non sono riuscita a procurarmi per tempo il biglietto. Leggendo il tuo articolo ho rivissuto i 35 anni della mia vita (dai 17 ad oggi) che hanno visto il Maestro come mio punto di riferimento nel bene e nel male, in salute e in malattia, come dici magnificamente tu. Quando ascolto un suo brano o un’intervista rimango rapita sia dalla profondità delle sue parole, sia dalla leggerezza con cui le presenta. Francesco cattura, avvolge, trascina e restituisce emozioni, passioni, esperienze. Il tutto con l’ironia e la simpatia che lo contraddistinguono. Un plauso ai sui straordinari Musici.

24 aprile 2016 alle 17:18

Grazie a te per questo pensiero. Una grande e bellissima famiglia la nostra, che guarda ancora a lui come si guarda ad un padre gentile, che ha ancora tanto da raccontare ed insegnare. Siamo figli fortunati.

17 aprile 2016 alle 18:38

Giusto, un grandissimo bene..

24 aprile 2016 alle 17:19
BUMBY
18 aprile 2016 alle 16:43

Oggi il suo essere assente è un grandissimo presente. E il futuro? Le sue canzoni

24 aprile 2016 alle 17:20

Sono pienamente d’accordo con te.

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