Il terzo tempo di Lidia Ravera

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Lidia Ravera ci racconta Il terzo tempo, giovedì 20 aprile alle 18, alla libreria Ubik, in piazza San Fedele, a Como. La scrittrice, che i lettori certamente ricordano per il suo famosissimo e discusso romanzo d’esordio, Porci con le ali, edito nel 1976, oltre due milioni e mezzo di copie vendute, è tra le penne più acute e autorevoli della scena nazionale. Dopo il fulminante avvio, Ravera ha infatti accompagnato l’evolversi della storia e del costume italiani con altre ventotto prove narrative. Tra le più recenti, Le seduzioni dell’inverno (finalista al Premio Strega 2008), Il dio zitto, La guerra dei figli, A Stromboli, il pluripremiato Piangi pure da cui è stata tratta la pièce teatrale Nuda proprietà e Gli scaduti. Ora, continuando la riflessione su tema universale del passare degli anni e della qualità di vita nell’età matura, la scrittrice presenta, dialogando con la giornalista Katia Trinca Colonel, la sua più recente fatica. Il terzo tempo è un romanzo non minimale (496 pagine, edito da Bompiani nella collana Narratori Italiani), ambientato nel presente, tra contraddizioni, sguardi al passato e slanci al futuro.
Signora Ravera, il suo nuovo lavoro è ascrivibile al genere del romanzo di formazione. Che ne pensa?
In un certo senso, è così. Costanza, la protagonista, prova a varcare un limite. È una persona che, come me, non smette mai di cercare, di sperimentare, benché non più ragazzina. Il suo obiettivo è la felicità, niente di meno.
Senza svelare la trama, possiamo dire però che la ricerca di Costanza (e degli altri personaggi) è in fieri. Il bello sta nel percorso e non nel risultato?
La vita è tutta un ballo, una scommessa, un viaggio dall’esito incerto. L’unica differenza con i condannati a morte è che noi non conosciamo la data della nostra “esecuzione” e l’incertezza dà senso al resto…
Costanza ripensa al suo passato. Il rapporto sembra però essere critico. Perché?
La nostalgia non le appartiene. Lucida com’è, Costanza non “glassa” il passato. Ha sempre riflettuto su se stessa, sulle sue fragilità e insicurezze, sul dolore degli anni giovanili.
Un passato da non rimpiangere?
La mia protagonista rimpiange la relazione, i legami creati al tempo della ricerca della propria identità. Si ricorda l’allegria, ma senza idealizzarla. Uno dei personaggi più importanti della storia, Anna, risponde a Costanza che si rivede “stupida”, in gioventù: «per questo eri allegra».

L’allegria è inconsapevolezza e sentimento della giovinezza?
Nel “terzo tempo”, l’allegria è una forma di artigianato raffinatissimo, costrizione allo stupore. La vita tenderebbe alla desolazione, a «le rose che non colsi». Mia madre era così. Il suo avverbio preferito era “ormai” e ciò mi gettava nella disperazione. Non potevo aiutarla, qualunque cosa facessi.
Costanza reagisce, ma va detto che il suo percorso non è lineare e sempre volto all’ottimismo…
È umana e gli umani sono contraddittori e chiaroscurali. Come spiega lei stessa, si sente un’«antropologa della vecchiaia», affascinata e sgomenta di fronte al tempo che fluisce. Ora che ha passato i sessanta, però è più libera. Il tempo non le fa più paura.
Questo non risparmia momenti drammatici…
Le persone che cercano la felicità sono anche quelle più esposte al rischio della disperazione. È come scalare una parete verticale. Il pericolo di cadere c’è sempre.
Tra i cacciatori di felicità, lei vede in primis le donne. Perché?
Gli uomini, privilegiati e agevolati, invecchiano spesso più felici e più stupidi. Sono fortunati perché i loro corpi non hanno scadenza e perché non sono condannati all’invisibilità, nella vecchiaia. Le donne vivono in modo più drammatico questa fase della vita, che fatalmente, oggi si allunga. Per questo, dobbiamo spazzare via i luoghi comuni, guardare al “terzo tempo” ridefinendolo.


In un passaggio poetico, la sua protagonista si paragona a una foglia secca…
Secca sì, ma per questo libera di volare, libera da obblighi “produttivi”, dedita, finalmente, alla propria identità e con ancora tanto da dare anche agli altri.
La felicità può celarsi nell’amore, dopo i sessanta?
L’amore è importante sempre e mai e la felicità non sta nel rapporto con l’altro, ma in quello, consapevole, con se stesse. Se c’è, va vissuto senza giovanilismi, evitando accuratamente, quel modello unico sociale, estetico e sentimentale, oggi imposto. Dobbiamo essere, donne e uomini, maturi e non allineati. Mi piacerebbe vedere i miei vecchi compagni ex Sessantottini scendere in campo, per un’idea di vecchiaia diversa.
È una critica del Sessantotto e di quanto ne è seguito?
Io, che sono stata una sorella minore dei giovani del ’68, credo che quella stagione abbia portato frutti abbondanti e benefici, su larga scala. Molti “leaderini” però non hanno soddisfatto le speranze riposte in loro.
Resta, tuttavia un’esperienza positiva, da cui è maturata l’idea di accettare il ruolo di assessore regionale?
Credo di sì. Quando Nicola Zingaretti me lo propose, accettai per coerenza. Ho sempre detto, infatti, che il cittadino deve rispondere alla chiamata, quando ne ha le possibilità. È un impegno importante e difficile. Un grande sacrificio in termini di autonomia personale. Ho scoperto quanto sia arduo e stimolante amministrare. Ho lavorato molto e avrei voluto fare anche di più.
Per finire, lei ha collaborato spesso con un musicista comasco, il clarinettista kletzmer Marco Fusi…
Sì. Con Marco e il suo Ensemble abbiamo lavorato per uno spettacolo molto bello, dal titolo Comprami! Io ho curato i testi e Marco le musiche. Trovo che sia un musicista eccellente e che le sue composizioni siano travolgenti! Vorrei riproporre quello spettacolo. Sarebbe bellissimo.

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