Il piccolo grande Giacomo nella piccola grande Zelbio

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Sulle rigogliose pendici del monte San Primo incastonato tra i castagneti, i boschi di faggi, le querce e le betulle del triangolo lariano si trova il paese di Zelbio, là a vantare i suoi panorami che dal borgo guardano verso il ramo occidentale del lago di Como da 600 metri di altezza. Il piccolo agglomerato di case conta appena 208 abitanti ma d’estate si popola di turisti e appassionati di cultura. È in corso, infatti, la nona edizione del festival ZelbioCult che ha preso il via il 9 luglio e propone appuntamenti fino al 28 agosto dando vita a una ricca rassegna culturale sempre a ingresso gratuito.

ok3Fin quassù venerdì 15 luglio 2016, si è spinto anche Giacomo Poretti, classe ‘56, passato alla storia per essere membro del più amato trio comico italiano, ma che, tra le sue professioni, annovera anche, attore, sceneggiatore, infermiere e, da qualche anno, scrittore. Invitato da Armando Besio (il giornalista che guidato ha l’intervista e che cura l’intera rassegna) a parlare del suo nuovo libro Al Paradiso è meglio credere, edito da Mondadori, 2015, Giacomino ha riempito il teatro di Zelbio: «Non credevo che esistesse Zelbio davvero. Volevo venire a constatarlo!», scherza in uno dei tanti momenti in cui fa ridere e sorridere la platea. «Tra l’altro, se non mi racconta una balla, mia mamma mi ha sempre detto che io sono stato concepito da queste parti, a Porlezza». Racconta aneddoti della sua infanzia, del paese selvaggio in cui è cresciuto, a 32 chilometri da Milano, dell’ambiente povero a livelli disarmanti che ha conosciuto. Cita spessissimo i suoi genitori, che definisce straordinari, a cui è grato per avergli insegnato il valore e la preziosità dei libri con continui regali che spesso andavano oltre le loro possibilità economiche: «I miei hanno fatto solo le elementari. Non ho mai capito perché hanno sempre cercato di regalarmi dei libri. Un giorno mio papà è arrivato a casa, non mi ricordo se era Natale o il mio compleanno, con un regalo: un immenso volumone della Divina Commedia, illustrata da Gustave Dorè. La cosa commovente è che me lo aveva regalato comprandolo a rate».

ok1L’intervista va avanti a racconti ed episodi degli anni passati che rapiscono allegramente l’attenzione degli uditori e si intrecciano con riflessioni sulla condizione esistenziale dei nostri giorni espresse con leggerezza e spensieratezza, il giusto per non scadere mai nel tedioso. Tra le digressioni che affascinano e divertono di più ci sono quelle che riguardano la rinascita del cabaret a metà degli anni Ottanta nel milanese che descrive rievocando luoghi come lo Zelig e il Ciak e nomi come Jannacci, Dario Fo, Paolo Rossi e Lella Costa. Parla a ruota libera e, a volte, perde il filo del discorso. Alterna ironia, ritmo incalzante e battute pungenti a sguardi assorti e lunghe pause. È inevitabile farlo parlare del rapporto che ha con il trio e si inizia chiedendogli come si sono incontrati: «Ero in un locale per assistere a uno spettacolo. Hanno annunciato I Suggestionabili: arriva sul palco uno con una chierica da pre-sacerdozio, non era pelato come adesso, e comincia a parlare in bolognese. Dopo pochi minuti arriva un vecchietto, Giovanni era già vecchio nel 1985, che si mette lì di fianco, lo guarda e sembra che lo disturbi. Si crea una situazione di imbarazzo, provavamo vergogna per entrambi. A un certo punto il vecchietto salta addosso al bolognese il quale cerca di mollarlo via come se fosse un gatto. Dopo pochi minuti capiamo che non è altro che un numero di acrobazia e la cosa va avanti per più di un quarto d’ora mentre pubblico si divertiva tantissimo. A un certo punto Giovanni arriva in cima alla testa di Aldo, tira fuori un chewing gum, glielo mette in testa sulla pelata, prende uno stuzzicadenti con una bandierina da sandwich e glielo piazza in testa. Io mi sono detto voglio lavorare con questi due. Negli anni successivi, faticosamente, ci siamo conosciuti. Il primo spettacolo per cui sono stato chiamato da loro è stato Baby on board solo che mi hanno fatto fare il rumorista».

Ovviamente, si parla molto anche del libro, dei suoi significati e delle ragioni che lo hanno spinto a scriverlo: «Al paradiso è meglio credere è una bella invenzione del mio editor. Fa riferimento alla scommessa di Pascal con la quale cerca di dimostrare in maniera matematico – probabilistico nonché filosofico – teologica che all’essere umano conviene credere all’esistenza del Paradiso. Nella vicenda del protagonista, Antonio è costantemente alla ricerca di Dio, ma non si accontenta di quell approccio filosofico. lo cerca e lo incontra in altro modo».

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«C’è una frase in fondo al romanzo – continua Besio intervistandolo – che mi ha colpito molto. Dice il protagonista, e probabilmente dici tu attraverso di lui: è sempre stato così fin da bambino. le mie urgenze non corrispondono mai a quelle del mondo. È così? Dietro quest’aria di persona risolta e serena invece fai fatica a essere in sintonia con il mondo che ti circonda»? «…Sì, mi vergogno quasi a dirlo, forse è un po’ così. In fondo ognuno di noi porta dentro di sé delle preoccupazioni e delle incertezze che si fa fatica a esternare e ho questa sensazione che quello che sento non collimi mai con quello che il mondo sembra di spacciare, ovvero che sia tutto sotto controllo. Nulla è sotto controllo».

Sul finale si torna a parlare del lavoro per cui è diventato famoso. «Non avresti, teatralmente, il desiderio di fare anche qualche cosa di diverso»?

«In realtà no. Credo che faticosamente io, Aldo e Giovanni abbiamo capito per davvero che da soli non andremmo da nessuna parte. Quest’anno abbiamo festeggiato i 25 anni insieme con una tounée teatrale straordinaria e trionfale. Adesso, a Natale, uscirà un film che si intitolerà Fuga da Reuma Park: è la storia di Aldo Giovanni e Giacomo anziani, a 90 anni, che si ritrovano in un ospizio, lì abbandonati e derisi da tutti e combatteranno con il desiderio di voler scappare», e conclude con un pensiero che fa riflettere, quando gli si chiede quale sia il segreto della loro sintonia: «Nella vita, ognuno di noi pensa di possedere l’idea migliore, di poter fare la scelta migliore. Ma non è così. Non esiste l’idea migliore in sé. L’idea migliore è quella condivisa».

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Con applausi, foto, firme e dediche sui libri acquistati dal pubblico si conclude la conversazione che è stata percepita spontanea e autentica. Un 90 minuti di chiacchierata in cui Giacomo si è fatto conoscere stando lì, su un anonimo palco nel più piccolo paese del comune di Como, a raccontare le sue storie ad un gruppo di laghée affezzionati in modo sincero, sentito e a tratti intimo dando l’impressione che fosse davvero lieto di farlo.

1 commento

Armando Besio
17 luglio 2016 alle 19:02

Ciao Giulia, grazie mille, il pezzo è molto bello!
mi spiace non averti incontrato, spero che ci sia un’altra occasione.

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