Il 9 maggio di Moro e Impastato: anniversario nero per l’Italia

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Una tra le notti più buie dello stato italiano compie gli anni. È il 9 maggio 1978, e il corpo di Aldo Moro viene rinvenuto in via Caetani. Roma, il famoso baule della Renault 4 rossa. La notizia fa scalpore, in un decennio di terrore rosso e nero anche l’estrema sinistra delle brigate rosse ha colpito, e ha scelto il simbolo e il più importante portavoce della democrazia cristiana.

Aldo Moro

Cinisi, 9 maggio 78. Assassinio di Peppino Impastato. Quel che è rimasto del suo corpo è stato ritrovato al km 30 della ferrovia Palermo – Trapani, dilaniato da una violentissima esplosione, è irriconoscibile. L’omicidio di Impastato è da subito identificato come un attentato terroristico finito male, nel quale l’attentatore è rimasto vittima del suo tentativo di sabotare la ferrovia. In un fonogramma del 9 maggio, infatti, il procuratore Gaetano Martorana scriveva: «Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda, l’artefice sembra essere un tale Giuseppe Impastato». L’abile messinscena fallisce grazie alla forza, e ancor di più alla rabbia, della madre e del fratello di Peppino e di chi lo sosteneva nella lotta all’insegna dell’antimafia, una guerra civile che si può risolvere nella dialettica tra i boss sempre più arricchiti e un popolino finalmente stanco di essere oppresso. Ma nella democrazia forse incompiuta nella quale siamo riversati la sentenza sopraggiunge solo dopo 20 anni. E il mandante era ben conosciuto da tutta la popolazione della piccola Cinisi e ancor di più dallo stesso Peppino. Cento passi separavano la sua casa da quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti, e le loro vite hanno camminato parallelamente fin dalla nascita di Peppino: Badalamenti è l’amico fidato del padre, e una futura recluta nella sua cosca, per di più di sangue fidato, è sempre ben accetta. Fino a quando il giovane ha cominciato a diventare scomodo per Cosa Nostra, scomodo per il suo stesso sangue, avverso ad un destino che gli si era già predetto. È scomoda la sua voce a Radio – Aut, come la sua candidatura a consigliere comunale di Cinisi, nelle liste di Democrazia Proletaria.

Peppino Impastato

Siamo nel ventennio degli omicidi, quando la mafia si afferma grazie alla pura e sterile violenza, in un’Italia dove il sangue non esitava a scorrere nelle piazze, dove una forma di terrorismo tra le più violente dilagava. Peppino Impastato e Aldo Moro muoiono lo stesso giorno, e la notizia della morte del secondo mette nell’ombra la tragica fine del primo. Due eroi, che oltre alla data di morte hanno ben poco in comune. Eppure, in tanta diversità, i fili delle loro vite sfortunate si intrecciano in un punto, al loro temine, ovvero nell’inspiegabilità di una morte violenta e crudele. Da una parte l’uomo di Stato, catalizzato nel suo ruolo e nei suoi doveri e principi, dall’altra il giovane ribelle, simbolo di una Sicilia più cosciente e protagonista del suo destino. Peppino rappresenta, come ricorda il fratello Giovanni, un nuovo modello di antimafia; ha lottato contro il mostro grazie all’ironia di un bambino, mettendo in ridicolo grazie ad Onda pazza (la trasmissione radiofonica più seguita di Radio – Aut) quegli “intoccabili” che vivevano grazie all’immagine che riuscivano a creare nelle menti di cittadini omertosi e appesantiti dalla paura e dagli stereotipi. Peppino è il primo a fare antimafia con l’informazione, con l’arte, con la poesia, per sé e per la sua gente, che ammutolita dalla nebbia dei potenti cerca voce.

I funerali di Peppino Impastato

Impastato e Moro: corpi senza vita, dal quale sgorga un sangue che nessuno sembra aver voluto sacrificare. Un’Italia che rimanda sempre al giorno dopo la presa di responsabilità, e oggi sputa sulla sua storia e sulla memoria di una vittima innocente, rimasta sempre in seconda pagina. «State attenti, occhi aperti, il futuro siete voi», ci dice prima di morire la mamma di Peppino, finalmente padrona della verità su suo figlio. Se il futuro siamo noi, non farei i salti di gioia. Quello che mi spaventa è lo schifo di questo nuovo modo di pensare che spesso vede la morte come un divertimento, alla stregua di un videogioco. Si tende a perdere lentamente la paura della morte, e con essa la coscienza della sua imminenza, la consapevolezza che dopo di essa si smette davvero di vivere, perlomeno su questa terra. Spaventa ancora di più lo scemare del rispetto di fronte alla morte che si ritrova soffocato da interessi e egoismi. A Legnano infatti Peppino Impastato fa paura anche da morto: la targa in sua memoria è stata bruciata.

La targa dedicata a Impastato a Legnano, bruciata

Il fuoco è la firma della mafia, ma c’è ancora chi fiero del suo sangue “nordico” si ostina a sostenere che è un problema, grande o piccolo che sia, che fa parte della “questione meridionale”. A distanza di anni e chilometri un episodio del genere conferisce al “giovane ribelle” importanza nella storia italiana, che deve tradursi nella memoria e nella celebrazione, nel ricordo di chi, senza giri di parole, scrollandosi di dosso ogni ambiguità, sfrontatamente e con un ghigno, bollava la mafia come «una montagna di merda».

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