I morti? Siamo noi. Bowie, un anno dopo

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Succede sempre dopo una serata trascorsa fra i tavoli, che dopo una doccia fatta alle quattro del mattino per levarmi di dosso l’odore di fritto dalla testa, di dormire non se ne parli nemmeno per scherzo. Solitamente non è che mi riesca facile andare a dormire presto, per carità, ma vuoi per colpa di un caffè di troppo, vuoi per l’adrenalina che fatica a calare, dopo una serata frenetica a servir birra, panini e patatine dribblando tavoli in fretta e furia, non mi riesce di chiudere occhio fino alle prime luci dell’alba. La notte tra il 10 e l’11 Gennaio dell’anno scorso, però, arrivato a casa, sono crollato con ancora i vestiti addosso. Non stavo benissimo da un paio di giorni, mi sentivo fiacco e rintronato, ma niente febbre. «Sarà stanchezza», ho pensato. Era l’ultimo weekend del periodo natalizio ed era stato un mese molto intenso al locale. Fatto sta che, un’ora dopo essermi addormentato, a darmi la sveglia però è stato un dolore fortissimo. D’un tratto non ci sento più dall’orecchio destro. Mi metto al computer alla ricerca di una farmacia di turno per poter comprare qualcosa per attenuare il dolore che stavo provando e, appena capisco qual è, mi rimetto di fretta e furia la giacca e mi fiondo giù per le scale del palazzo per raggiungerla. Non era in generale un bel periodo: la bici era a casa dei miei, bucata, e non potevo permettermi di pagare l’assicurazione della macchina, quindi mi ritrovai alle cinque del mattino ad attraversare dolorante ed esausto la città murata a piedi per poi ritrovarmi di fronte alla porta d’ingresso e accorgermi che era di turno, si, ma che avrei dovuto chiamare il farmacista al telefono, farlo arrivare lì e pagargli il disturbo. Due euro diceva il cartello.


Erano le 4 di mattina, non avevo in tasca due euro, avevo un Bancomat più esausto di me, non avevo né la bici né la lucidità per cercare col telefono altre farmacie aperte a quell’ora. Avevo un biglietto del bus nel portafogli e tre quarti d’ora di attesa prima che arrivasse. Non mi ricordo nulla del percorso del bus, ricordo solo di aver visto due o tre facce conosciute al vecchio Ospedale Sant’Anna sulla via Napoleona e ho trovato romantico rivederle a dodici anni esatti dall’ultima volta che le avevo incontrate. Loro non mi hanno riconosciuto, però. «Meglio», riuscii a dire fra me e me. Mi sarei ucciso piuttosto che intrattenere una chiacchierata sugli anni che passano. Arrivato quasi in ginocchio al pronto soccorso, il medico mi prescrive un antibiotico per l’otite, da comprare tornando in centro visto che ormai che tutte le farmacie avevano aperto le serrande. Mi dà la ricetta e la prima pastiglia. Nell’attesa del bus di ritorno ero ancora sordo, ma il dolore poco a poco si attenuava. Iniziai a ingannare il tempo spulciando le notizie e fra questa c’era quella della scomparsa di David Bowie.

Seduto sul sedile del bus di ritorno verso casa, ricordo che badai al fatto di essere sotto la torre vicino a viale Lecco e, lì per lì, mentre pensavo a quale farmacia avrei lasciato i soldi che non avevo, per un istante trovai persino buffo il fatto che un colosso della musica morisse il giorno in cui tutti avrebbero messo su uno qualsiasi o il più significativo dei suoi dischi, mentre io avrei odiato qualsiasi tipo di musica mi venisse propinata a causa dell’otite in corso. Pensai a Martina, una mia carissima amica, lei che due giorni prima faceva vent’anni. Lo stesso in cui il Duca Bianco – che, ironia della sorte era il suo musicista preferito – compiva i suoi sessantanove. Fu la prima persona a cui scrissi quella mattina. Una delle prime cose che mi raccontò di lei era il legame nei confronti della musica di Bowie e pensai al suo dolore e che probabilmente la mia otite era nulla in confronto. Immaginai bene. Ne rimase sconvolta.


Trovai buffa anche un’altra coincidenza. Io conosco Bowie dacché ho memoria, chi mi conosce sa che amo la musica, ma che essendo anche un collezionista ho il terrore di avvicinarmi ad artisti che possono vantare decine di dischi all’attivo perché, conoscendomi, poi mi ritroverei a svenarmi per poterli acquistare tutti e i dischi purtroppo non sono commestibili. Grazie a un amico con il quale mi ritrovo spesso in giro per negozi di dischi, trovai la motivazione per comprare il necessario. Bowie era un artista eccezionale, ma questo non gli ha impedito di fare anche dischi di scarsa qualità e grazie a lui sono riuscito ad aggirarli e ad accaparrarmi i dischi indispensabili per poter approfondire l’argomento. La buffa coincidenza è che finii di comprare il necessario il giorno dell’uscita di ★, il canto del cigno.


È commovente, invece, il fatto che a un anno dalla sua scomparsa ancora se ne parli e ne si senta tremendamente la sua mancanza. Parlando con Clara poco fa, un’amica che conoscete anche voi lettori di BiBazz, mi ha confidato che il giorno della sua morte non ha aperto bocca per più di due ore. Come lei anche molte persone attorno a me rimasero profondamente sconvolte dalla notizia. Da quella mattina social media, TV, giornali di settore e non diedero spazio dalla notizia in maniera tale che chiunque non poté fare a meno di imbattersi in video, storie, tributi, aneddoti per giorni e giorni e in una maniera così insistente che durante uno dei pranzi settimanali a casa dei miei genitori, mi ritrovai basito a parlarne persino con loro che introdussero l’argomento lasciandomi sgomento per quanto facevano sembrare di loro pertinenza la cosa, due persone che nonostante il bene e la stima che nutro nei loro confronti di David Bowie non ne sanno nulla. Da quella mattina anche chi non aveva mai sentito parlare di lui divenne un esperto, un fan, un orfano.


Comprensibile, certo, e l’unica cosa che mi è riuscito di pensare però è che io ho sempre trovato fastidiosa l’idolatria e mi sforzo da sempre di non praticarla. Ma con un artista di questo calibro è difficile non caderci con tutte le scarpe. Bowie, e come lui tanti altri, ha lasciato molto alla storia e ha farcito pagine e pagine di cultura e arte e gossip d’ogni genere per anni e per me, pur rimanendo un uomo, resterà sempre e comunque un gradino sopra chiunque. A conti fatti, pur non avendo brillato durante tutto i suo periodo discografico, è l’unica persona a cui tutti hanno perdonato qualsiasi passo falso. Un motivo dovrà pur esserci. Quello che mi do io è che poi tanto umano non era.


L’otite è passata, Martina ha appena compiuto 21 anni, ho di nuovo la mia adorata bicicletta e la macchina è finalmente assicurata, ma il dolore per la sua scomparsa è ancora caldo e pulsante e forte come la mancanza che il mondo della musica e non provano ancora oggi a distanza di un anno con una convinzione che anno dopo anno diventerà certezza: la stella di Bowie, per quanto nera possa essere, sarà sempre e comunque una delle più luminose.

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