Giulio Giorello alle Primavere: bisogna sperimentare sulle Periferie

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Il luogo delle relazioni definisce la centralità in termini di servizi, distanze, attrattività culturale e sociale. Giulio Giorello, filosofo e matematico, insegna Filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano e giovedì 11 maggio alle 20.45 al Teatro Sociale di Como incontra l’architetto e urbanista Stefano Boeri con la mediazione del direttore de La Provincia Diego Minonzio. La serata delle Primavere è organizzata in collaborazione con il Festival della Luce – Lake Como 2017, l’ingresso è aperto e gratuito, con l’invito a prenotarsi al sito leprimavere.laprovincia.it.
Periferie come luogo dove le relazioni sono rese difficoltose e dove si diluiscono le interazioni e gli scambi culturali: questa in sintesi la definizione data da Stefano Boeri, è condivisibile?
Definisce una situazione che auspichiamo si possa cambiare. È una situazione che si trova in molte metropoli e non solo in nord Europa, ma anche Napoli, Roma, Milano. Le periferie tendono a essere prive di quei servizi che altrove rendono la vita varia e piacevole sotto diversi aspetti a cominciare dai negozi per arrivare alle università. Questa mancanza la si trova anche in certe zone di Parigi, metropoli spesso presa ad esempio della difficoltà di gestire la costellazione delle sue periferie.

Le Vele di Scampia, periferia di Napoli

Quali sono le strategie che possono intervenire per invertire questa tendenza?
Bisogna reinventarsi tutto, a cominciare dal creare in zone che sono considerate periferiche dei centri di attrazione che localmente funzionano. Un esempio è stata l’università che a Milano ha dei riferimenti molto vari, ma sostanzialmente è in centro, vale per la Statale, la Bocconi e la Cattolica. Però una bella iniziativa è stata la creazione della seconda università che si chiama con orgoglio Università Bicocca, accanto c’è il Teatro degli Arcimboldi, si sono migliorati i servizi, si sono inseriti nel contesto dei bei negozi, delle ottime librerie e quello che poteva essere un quartiere dormitorio è invece un quartiere di laboratori, di iniziative culturali e con questo si è cominciato a rivalutare una zona che era considerata la periferie delle periferie. Un esempio e una sperimentazione di successo. Adesso si stanno creando iniziative analoghe a Milano Sud, si comincia così, dagli studenti. Per loro poi si avviano ritrovi, servizi e la città comincia a vivere nelle periferie. Quello che colpisce e scoraggia è la proprio la mancanza di relazioni sociali e periferia talvolta è sinonimo di dormitorio, mentre qualsiasi luogo può avere i suoi teatri, locali, posti di aggregazione e proposte di iniziative interessanti.

Università degli Studi di Milano Bicocca

Si tratta quindi solo in parte di scelte urbanistiche, la qualificazione delle periferie investe soprattutto scelte di politiche sociali e precisi orientamenti per gli investimenti economici?
La mancanza di investimenti è un elemento terribile per una città, perché ci sono servizi che vanno assicurati e che costano. Ora, per esempio, a Milano si sta facendo una linea di metrò che collegherà l’aeroporto di Linate fino a Giambellino, a sud di Milano. Era ora, sono i mezzi che permettono quei movimenti vitali per la città. Ho in mente Londra e Parigi che, nonostante alcuni gravi limiti, riescono attraverso una rete di trasporti efficace e pianificata a garantire collegamenti essenziali. Ma fondamentale resta l’importanza dei luoghi di aggregazione anche tradizionali. Qualunque piccola zona marginale di Londra ha i suoi pub che hanno avuto una funzione sociale per la città cruciale. Spero si riesca anche nelle nostre città a salvare le periferie con questo tipo di operazioni. È sempre necessario avere il coraggio di sperimentare.

La chiesa presbiteriana di Muswell Hill, North London, riconvertita a pub

L’immigrazione di questi anni sta cambiando il tessuto sociale urbano, siamo attrezzati per favorire l’inclusione sociale e arginare il fenomeno di enclave, di ghetti e periferie “chiuse”?
L’immigrazione in sé non è certo un elemento negativo, purché non si creino delle zone troppo omogenee come invece pare la sia la tendenza. Amo le comunità che si aprono, ma ci sono fattori che spingono invece le comunità a chiudersi ed è orribile. Come esempio mi ricordo Whitechapel, un quartiere dell’area orientale di Londra. Si trova ai confini della City e sembrava una città islamica a tutti gli effetti. Credo che l’Islam molte volte sia portatore di elementi vivaci e interessanti nella vita cittadina, ma in quel caso il fattore negativo era costituito dall’omologazione interna dell’area e dalla sua chiusura ad altre contaminazioni. Mentre l’accoglienza di un luogo è data dalla varietà di offerte e proposte diverse che la abitano. Sono ben contento se da una parte della strada si trova un pub e dall’altra una moschea, significa dare alle persone la possibilità di scegliere tra più alternative ed è proprio la possibilità di scelta che rende viva anche una vecchia periferia. Perché siano garantiti i servizi indispensabili.

Il mercato di Whitechapel a Londra, quartiere a prevalenza islamica

I servizi richiedono una pianificazione lungimirante, programmata, siamo in grado di prevedere quali saranno le necessità del prossimo futuro in realtà urbane in così rapido cambiamento?
In effetti, al contrario di quanto accaduto a Milano, la metropolitana di Londra è stata pianificata già nell’Ottocento. Ma le città che si affacciano adesso possono avere delle possibilità concrete per rendersi accoglienti in dimensioni sostenibili per il futuro. Ho notato come, per esempio, si sia rinnovata una città come Lisbona che è diventata vivibilissima perché ha curato alcuni servizi, senza però snaturare il fascino di alcuni dei suoi quartieri più caratteristici. Trovare un buon compromesso tra bellezza e funzionalità è possibile e chi, come Como, ha il dono di una natura e di una paesaggio magnifico deve cercare il suo punto di equilibrio.

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