FIM, cronaca di un sabato di quasi estate

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Sabato 27 maggio, nel secondo giorno di apertura, sono molti gli ospiti che si alternano sul piccolo palco di casa FIM, lo spazio dedicato agli incontri e al talk show della Fiera Internazionale della Musica di Erba. Al mio arrivo, un David Knopfler in grande spolvero dichiara il suo grande amore per Joni Mitchell, Van Morrison, Bob Dylan e Janis Joplin, prima di regalare un paio di brani al pubblico, accompagnato dalla chitarra acustica. Non male, penso, come benvenuto, se ad accoglierti c’è il co-fondatore (insieme al fratello Mark) dei Dire Straits, uno di quei gruppi che hanno fatto (ma giusto un po’) la storia della musica mondiale. Se la deve accordare da solo la chitarra, David, in pieno stile «che bello, quattro amici, una chitarra e uno stornello», ma lui fa Knopfler di cognome, quindi se ne frega, si prende il tempo, fa quel che deve fare e si mette a suonare, per la gioia di tutti.

David Knopfler

Mentre ancora una piccola folla gli si accalca intorno (firma di qua, foto di là, ciocca di capelli, grazie) sul divanetto al centro della scena prende posto Tino Tracanna, uno dei più celebri sassofonisti italiani, diciassette anni di cattedra al Conservatorio di Milano. Personalmente (e qui mi attirerò le ire di molti) il jazz non è esattamente il mio genere musicale preferito, ma rimango affascinata mentre racconta dei suoi progetti passati e presenti, del jazz che è «una malattia che si prende da piccoli», dell’importanza del lavoro di gruppo e del rispetto delle idee degli altri, degli stimoli che l’insegnamento gli trasmette, del futuro della musica, che riconosce nelle potenzialità e nell’impegno dei suoi allievi, della necessità che questo genere musicale non rimanga «confinato dietro un plexiglass, ma interagisca e comunichi con il pubblico». Invitato ad esibirsi, ammette, con tenerezza, che un solo di sax risulterebbe un po’ noioso, quindi i moderatori invitano sul palco qualcuno che lo accompagni al pianoforte. Quel qualcuno è nientemeno che Patrizio Fariselli (ve li ricordate gli Area, quelli di Demetrio Stratos? Ecco, lui), con il quale improvvisa tre minuti di capolavoro assoluto, che conquistano, lo ammetto, anche me.

Patrizio Fariselli

Dopo gli applausi, meritatissimi, Fariselli si accomoda, parla di quanto la curiosità sia stata fondamentale durante gli anni d’oro degli Area, raggiungendo, nel suo caso, livelli patologici, fino a fare, successivamente, musica per qualunque tipo di audiovisivo e di pubblico, bambini compresi. Mentre si ricordano i tempi della Cramps Records, casa discografica nata negli anni Settanta con l’obiettivo di valorizzare gli artisti più all’avanguardia che non riuscivano a trovare spazi nel circuito discografico tradizionale, scatta l’allarme di un’uscita di sicurezza, gettando nella confusione più totale il buon Jocelyn (sì, tra i moderatori c’è pure lui), che, nel tentativo di stornare l’attenzione dal fastidioso suono, si lancia in dichiarazioni d’amore per le sue collaboratrici, suscitando perplessità in tutti noi. Rientrata l’emergenza acustica, viene chiesto a Patrizio di raccontare un aneddoto tratto dal suo libro del 2008, Storie elettriche, ma Jo nostro non resiste e gli chiede di suonare un brano (come dargli torto?), cosa che lui fa alla sua incredibile maniera.

David Cross parla al microfono osservato da David Jackson

David Cross, violinista, ex King Crimson, e David Jackson, sassofonista, ex Van Der Graaf Generator, sono gli ospiti successivi, ed anche qui la curiosità, la creatività e il non porsi limiti sono i protagonisti della chiacchierata. Jackson racconta della sua esperienza al Crams di Lecco e del suo lavoro con i ragazzi disabili attraverso i laboratori espressivi e l’utilizzo del Soundbeam, un sistema digitale che permette di portare avanti attività di inclusione sociale e a scopo terapeutico. Cross parla di chimica naturale tra loro, di sinergia e alchimia di suoni e pensieri, ed invita tutti al live che si terrà di lì a poco, in un’altra ala della fiera. Premiati entrambi con il Fim Award 2017, lasciano il posto ai Delirium, che suoneranno poco prima dei due grandi e si lasciano andare ai ricordi, senza perdere l’occasione di lanciare una piccola frecciatina alla musica rap, che non è l’unica in grado di fare critica, e al sempre amato Ivano Fossati, la cui sostituzione con Martin Frederick Grice «rese i Delirium molto migliori».

Delirium

A chiudere il pomeriggio d’incontri ci pensa Marianne Mirage, che prima di esibirsi in tre brani acustici (con una voce e una pazienza fuori dal comune, perchè davanti a un impianto gracchiante perderebbe le staffe anche il Dalai Lama) parla dei suoi inizi, di come l’arte, qualunque forma d’arte, si colleghi alla vita, dell’esperienza sanremese, di quanto sia indispensabile tenere la mente libera e aperta, evitando di fossilizzarsi su un unico genere e un unico linguaggio, per scoprire ed affermare la propria identità. È limpida, Marianne, eclettica nei gusti di ascolto musicale e interessata alla valorizzazione delle differenze, che sono risorsa e non limite, sostiene la forza e la determinazione delle donne, che vanno oltre la loro bellezza.

Marianne Mirage con Kaballà

Finisce qui, il mio sabato alla Fim, con uno sguardo veloce agli altri padiglioni, che ospitano stand dedicati all’audio e agli strumenti musicali. Mi attende l’ultimo giorno, domenica, e sono già pronta a ricominciare.

Ah, per inciso, la chitarra se l’è accordata da sola pure la giovane Marianne, che non si dica che abbiamo voluto la parità e poi ci sediamo sugli allori e vogliamo essere servite e riverite. Ci mancherebbe altro.

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