Europa in versi: e i giovani scoprono la poesia

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Il Festival Internazionale Europa in Versi è un evento unico, inimitabile: già il titolo ce lo dice con chiarezza. In primo luogo è un festival, un contenitore che al suo interno accoglie una miriade di sfaccettature di una realtà, la poesia, che oggi come non mai ha bisogno di essere riportata alla vita. È poi un’occasione d’incontro peculiare, perché è internazionale e ospita persone che vengono da posti lontani, parlano lingue diverse e hanno diversi punti di vista. Ciò che accomuna partecipanti e organizzatori è tuttavia un linguaggio universale, che al di là delle difficoltà date dalla comprensione linguistica, riesce a comunicare direttamente con ciascuno.


E se non bastassero parole come accoglienza, poliglottismo, internazionalismo o poesia a descrivere questo evento, ce n’è un’altra che attira e deve attirare l’attenzione del curioso. È giovani. È ai giovani, infatti, che, dal 2011, il Festival rivolge il proprio irresistibile richiamo, invitandoli a riscoprire una forma di comunicazione sentita ormai come desueta, antica, incomprensibile.


Ma la poesia non è lingua morta. È, anzi, viva e bruciante ed è questo il messaggio che i più giovani devono riuscire a fare proprio e a diffondere. Da giovane mi sento di dire che abbiamo bisogno della poesia, è innegabile. Prima di tutto perché ci permette di esprimere un sentimento nei confronti della vita stessa, un’attitudine, un punto di vista. Eppure non basta, per quello non mancano gli strumenti: la musica, il cinema e la prosa svolgono in questo senso un lavoro eccezionale. C’è di più, perché la poesia permette di dare un senso alle cose, un ordine al mondo caotico che ci circonda e che talvolta ci portiamo dentro. Non è necessario scrivere versi per rendersene conto: chi fa poesia è tanto chi la scrive quanto chi la legge o la ascolta.


Di questo però non si fidano i giovani quando, intrappolati dietro i banchi di scuola, sono costretti ad imparare a memoria i versi di Dante o a fare l’analisi del testo di quelli di Caproni, (spesso magari senza nemmeno sapere chi sia una persona come Caproni). Non si fidano i giovani quando la poesia giace morta sui libri di scuola e non sanno che quelle parole impolverate sono in grado di parlare alle loro vite. Non lo sanno perché la poesia è esigente e vuole farsi ascoltare. Non basta impararla a memoria per capirla: ci vuole un orecchio fine e un cuore attento.


Ci vuole anche l’occasione giusta. Per me e per tanti altri miei coetanei Europa in Versi è stata quell’occasione unica, la possibilità di provare la poesia sulla pelle, anzi, sulle labbra. Con la nostra voce. Sono in tanti gli studenti che partecipano attivamente all’evento: riscrivono nella loro lingua madre (e non solo!) poesie concepite in paesi lontani con lingue diverse, lasciano che le parole guidino le punte delle loro matite o le corde dei loro strumenti, le traducono in disegno, in musica, fanno la conoscenza degli autori di quelle parole che li hanno affascinati, scoprono che i poeti non sono morti il secolo scorso, esistono ancora.

I giovani cercano di fatto, tra quelle parole, LA parola, quella in grado di capirli e di permettere loro di esprimere una personalissima visione delle cose. Diventa un mero accessorio la lingua, non importa più quello che si capisce e quello che non si capisce: quando escono dalle labbra di un poeta i versi parlano con un linguaggio indirizzato direttamente al cuore, un linguaggio che abbatte qualsiasi frontiera.


Il Festival Internazionale Europa in Versi passa tra i banchi e scompiglia le menti, insegna, questa volta senza bisogno di imparare qualcosa a memoria, che la poesia non parla solo di giovani fanciulle o cuori spezzati: la poesia piange la guerra, racconta la paura, scopre la morte. È questo il potere estremamente attuale della poesia: la capacità di dire cose importanti con voce discreta. La poesia di fatto cambia il mondo perché cambia noi, l’ha detto il poeta rumeno Ion Deaconescu l’anno scorso agli studenti del Liceo Volta.

E i giovani hanno voglia di cambiare il mondo in cui vivono e del quale sono protagonisti, hanno voglia di dire la loro, hanno voglia di rimodellarlo, di dipingerlo con nuovi colori, ma soprattutto hanno voglia di capire gli altri e di cambiare se stessi. La poesia guida in posti lontani, mai visti, fa scoprire culture prima sconosciute, insegna che diverso è bello, permette di mostrare il nostro vero volto, perché difficilmente la poesia sa mentire. La poesia insegna non solo a parlare, ma soprattutto a prestare attenzione all’altro e ad ascoltarlo: un’abilità che, la storia anche attuale ce lo mostra, stiamo mano a mano perdendo.

(Foto di Giulia D’Andrea, scattate al LIceo Ciceri durante l’ultima edizione di Europa in versi)

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