Eredità di Stajano: la Como del ventennio negli occhi di un bimbo

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Como, 8 Maggio 1939. Cielo grigio, di una primavera piovosa. Un gruppo di bambini, guidato dal maestro in uniforme fascista, lascia la scuola in via XX Settembre. I Figli della Lupa (così vengono definiti, nel vocabolario fascista, gli alunni delle scuole elementari) marciano composti. Tra le mani hanno due bandierine: il tricolore e il vessillo della Germania nazista, con la svastica. Dovranno sventolarle entusiasticamente al passaggio di una parata militare che accompagna Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop, di passaggio in città, nelle fasi della stipula del Patto d’Acciaio. La macchina sfreccia tra due ali di folla, le bandiere si muovono nell’aria, la tragedia si avvicina, nell’inconsapevolezza di tutti. Talvolta, i libri possono nascere da “bolle” di memoria, risalite dall’oblio. Da questo frammento, poco più di un fotogramma, è germogliato Eredità il più recente lavoro di scrittura del giornalista e scrittore Corrado Stajano, edito da Il Saggiatore. L’autore di Un eroe borghese, Africo, Il sovversivo e di tanti altri volumi che hanno raccontato la cronaca e la storia contemporanea, è infatti proprio quel bambino in marcia, destinato a essere testimone di eventi drammatici. Della sua storia, del libro, dei ricordi lariani e non solo, Stajano parlerà a Como, giovedì 7 settembre alle 18 negli spazi della Libreria Ubik di piazza San Fedele. L’importante incontro, cui parteciperanno Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista del Corriere della Sera, e Paolo Ortelli, caporedattore de Il Saggiatore, dà il via ai festeggiamenti per il decimo anno di attività della libreria.

Stajano, perché ha scelto di raccontare la sua infanzia comasca, il fascismo e la Seconda guerra mondiale?
Non avevo intenzione di scrivere questa storia. Tutto è nato da un ricordo improvviso, dalla visione, affiorata nella memoria, del maestro, vestito di orbace, che ordina a me e agli altri compagni, di sventolare le bandierine, per le strade di Como. Quella scena non mi ha più abbandonato e mi ha portato a rivedere i luoghi conosciuti da bambino. Da lì, il desiderio di raccontare.

«I bimbi d’Italia…

Il suo racconto è, come suggerisce il titolo, un’eredità, un filo rosso che collega ieri e oggi?
Sì. La scrittura si sviluppa su livelli diversi, segnati anche da una variazione dei caratteri. Si dipana la storia del bambino e poi del ragazzo che ero, alternata ai giudizi dell’uomo che sono. Tutto poi è proiettato al futuro, nella consapevolezza che, purtroppo, gli errori possono ripetersi e nella speranza di testimoniare quello che è stato.

La sua narrazione ruota intorno al 1939, perché?
Fu un anno breve e lunghissimo. Un precipitare di eventi verso la catastrofe che, però, tutti cercavano di “esorcizzare”, in un lungo istante dorato. Anche a Como regnava quella sorta di incantesimo che riempiva le strade e il lungolago di famiglie e turisti, che portava la gente a godersi lunghe serate nei caffè di piazza Cavour, che rendeva, se possibile, ancora più belli i giardini di Villa Carlotta e i panorami del Lario. Un equilibrio che si sarebbe spezzato molto presto, a causa della guerra.

… si chiaman Balilla»

Una guerra che lei però non racconta…
Ho scelto di non scriverne. L’ho rappresentata come un enorme buco nero che tutto ingoia e distrugge. Il libro infatti è diviso in due momenti. Quello, già ricordato, dell’infanzia comasca e quello della mia giovinezza nella Milano straziata.
Il paesaggio è sempre presente e mai secondario. Una geografia dell’anima e della memoria?
È vero. I luoghi, nella mia scrittura, sono sempre molto importanti e non semplici scenari. Mi piace cogliere le atmosfere in cui accadono i fatti e che, in qualche modo, li modellano. Ecco dunque le strade e i palazzi di Como, ma anche la Milano bombardata, in cui l’ex Figlio della Lupa si muove, osservando e riportando al lettore l’orrore della guerra.

Sant’Ambrogio dopo i bombardamenti

Sembra quasi il Renzo dei Promessi sposi che si aggira per Milano, flagellata dalla peste. Un paragone azzardato?
Manzoni è certamente uno dei miei autori. Nel libro, non mancano tanti altri riferimenti letterari, da Montale a Gadda.
Lei racconta le storie di personaggi importanti vissuti a Como. Figure tratteggiate in tono tragico…
Scrivo di Alida Valli, la grande diva che ricordo ragazza dagli occhi torbidi, a Como. E poi di Giuseppe Terragni, la cui storia ha un epilogo dolente. Altrettanto drammatica è la vicenda di Margherita Sarfatti, da vestale del fascismo ad amante ripudiata da Mussolini.
Non resta che leggere, per ritrovare una Como, in bianco e nero. Visitando, di recente, la nostra città, l’ha trovata cambiata?
In realtà non molto. Mi sembra sempre bella, ma è difficile giudicare. Il bambino, diventato adulto, va alla ricerca di un passato che non esiste più.
L’appuntamento comasco avvia i festeggiamenti della libreria Ubik. La cultura può salvarci dalla barbarie?
Non so se ne abbia il potere, ma non possiamo esimerci dal tentare di fare in modo che non ritorni più quel tragico passato, di far nascere il dubbio. È un dovere per tutti.

 

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