Elogio dell’inutile con Nuccio Ordine

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Il suo ultimo passaggio a Como avvenne circa un anno fa, quando incantò la platea, parlando di Giordano Bruno e del “varcare i limiti”. Oggi, Nuccio Ordine professore ordinario di Letteratura italiana all’Università della Calabria, noto per il suo best seller L’utilità dell’inutile, torna in città, per l’incontro L’elogio dell’inutile. L’appuntamento, aperto al pubblico, è organizzato dalla Fondazione Alessandro Volta per la quinta edizione della Lake Como School. La serata si terrà, dalle 21, nella sala Stemmi di Palazzo Cernezzi a Como. Si celebra il 100° anniversario della cosmologia scientifica, a un secolo dalla pubblicazione dell’articolo di Albert Einstein Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale. Ordine, relatore brillante, porterà al pubblico le sue riflessioni su temi cruciali. Iscrizione gratuita all’incontro su www.conferenza27aprile.eventbrite.it.

Professor Ordine, dopo il consenso intorno a L’utilità dell’inutile, tradotto in diciotto lingue e ventisei paesi, lei torna ad esplorare l’argomento. In quali termini?
Mi preme riflettere sull’ossessione dell’utilitarismo, che invade ambiti della nostra vita che ne dovrebbero essere preservati.
Per esempio?
Penso, in primis, a scuola e università, che oggi si piegano, sempre più, alle logiche del mercato.
Questo, per lei, è un problema urgentissimo. Quale pericolo coglie in tale evoluzione?
Siamo vittime di un’errata concezione dell’istruzione. Sembra che la scuola debba formare professionisti, con competenze iperspecializzate.
È un limite?
Partire con questo obiettivo significa chiudere gli orizzonti, uccidere la curiositas e, ancora peggio, limitare gli spazi di ricerca libera nel discente. La scuola oggi ha fretta e mette fretta. Dobbiamo sfornare diplomati e laureati e la conseguenza è, fatalmente, l’abbassamento della proposta culturale. Quando le scuole sono aziende, gli studenti diventano clienti.

«Quando le scuole sono aziende, gli studenti diventano clienti»

Come sogna la scuola?
Io cito sempre ai miei studenti una meravigliosa poesia di Konstantin Kavafis, Itaca. Riscrivendo intelligentemente il mito omerico, il poeta ci suggerisce che il “premio” non è nella meta finale, ma nel percorso dell’esistenza. La scuola è viaggio di formazione. Deve essere modello gratuito di conoscenza e non formazione aziendale. Trovo demagogico, per gli stessi motivi, anche il progetto che vuole abbreviare il percorso liceale da cinque a quattro anni.
In questa “cattiva scuola” che ruolo giocano i docenti?
Coloro che dovrebbero cambiare la vita dei loro studenti, sono costretti a occuparsi di inutili incombenze burocratiche, nel tentativo di misurare ciò che la sola vita può misurare.
Questa desolante visione delle metastasi dell’utilitarismo si può estendere anche alla scienza?
Purtroppo sì. La ricerca scientifica è oggi orientata dal business. Si privilegiano gli studi che abbiano già una destinazione “mercantile”. La cosiddetta ricerca di base viene sempre più sacrificata, senza capire che è l’unica via possibile per un progresso autentico.
Quindi la ricerca pura ha maggiore valore?
Tutte le rivoluzioni culturali della storia sono partite da “ricerche inutili”. Marconi non avrebbe inventato la radio, se non fossero esistiti gli studi di Maxwell e Hertz sulle onde elettromagnetiche. Scienziati come Galileo e Einstein non furono mai pressati dall’utilitarismo. Negli anni Cinquanta, il Ministero della Ricerca finanziava al 90% progetti finalizzati al mercato. Un solo progetto di ricerca di base venne sponsorizzato e fu quello di James Watson e Francis Crick, che portò alla scoperta, epocale, del DNA.

«Scienziati come Galileo e Einstein non furono mai pressati dall’utilitarismo»

La scuola, la scienza, tutto sembra sacrificato sull’altare dell’utile. Solo la bellezza può salvarci?
Al contrario, la bellezza è un altro di quegli ambiti che stanno soccombendo. Si pensi, ad esempio, al patrimonio culturale, vero tesoro di tutta l’umanità. Oggi, soprattutto in Italia, con un’immagine sfacciata e offensiva, si paragona il patrimonio al petrolio, come ad una risorsa pensata unicamente per fare soldi.
Considerarlo una risorsa ne limita la bellezza?
Non si vuol negare alle istituzioni culturali la possibilità di produrre denaro ma il fatto scandaloso è anteporre il lucro alla conservazione e alla tutela. È un percorso perverso che ci porterebbe a creare categorie qualitative, solo in base alla possibilità di profitto. Quando abbiamo assistito allo scandalo della distruzione di Palmira, non ho visto gli eserciti mobilitarsi come per la distruzione dei pozzi di petrolio. Invece sarebbe stato importante difendere quei tesori d’arte, che appartengono a nessuno e a tutti! Se ne avessi avuto facoltà, avrei inviato gli eserciti per evitare quella rovina e quello scempio. E poi, come si può paragonare la bellezza dell’arte al petrolio, portatore di politiche di rapina e di distruzione del territorio? Un paradosso.
Abbiamo parlato di scuola, di ricerca scientifica, di bellezza… Tutti beni intangibili e minacciati. E come la mettiamo con l’essere umano?
Tutte le analisi precedenti ci portano, naturalmente, al punto nodale della riflessione: la condizione precaria dell’essere umano nell’era dello strapotere dell’utile. Viviamo nella costante illusione che alla crescita del reddito corrisponda un aumento della felicità. Non impariamo mai e il sogno è costantemente smentito dalla vita. La letteratura ci ha sempre spiegato che la felicità non è proporzionale alla ricchezza e che la dignità umana sta al di fuori dalle dinamiche economiche.

«Se tu vuoi un amico, addomesticami!» (Antoine de Saint-Exupéry)

Un insegnamento antico che l’uomo dimentica?
Gli uomini, corrotti dall’ideologia del denaro, sono ciechi e sordi ai veri “tesori” dell’esistenza. Mirabile è, in proposito, la frase contenuta nel Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comperano dai mercati le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!».
Di fronte a questo scenario, come agire?
Difendendo ciò che appare “inutile”, ciò che non produce profitto. Oggi imperano egoismo e intolleranza e invece l’uomo può realizzare la sua felicità vivendo per gli altri, portando il proprio piccolo contributo al bene comune. Se la nuova dittatura è il profitto, siamo eretici e ribelli. Impariamo a dire “no”.

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