Ecco Logos – Linguaggi e azioni per l’inclusione dei minori stranieri

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Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, a ottobre 2017 si registrano in Lombardia più di mille minori stranieri non accompagnati su circa 23mila 700 richiedenti asilo accolti. Questi ragazzini fra i 15 e i 18 anni fuggono da situazioni di degrado, guerra e indigenza, cimentandosi in viaggi della speranza tortuosi ed estenuanti, portando sulle spalle il peso di una responsabilità più grande di loro: sostentare la propria famiglia e trovare uno spazio sicuro per crescere e sviluppare le proprie attitudini. Spesso, però, il sogno si infrange. Senza la possibilità di comunicare e dunque di esprimere il proprio potenziale, molti di loro finiscono per ritrovarsi ai margini della società, costretti a vivere vite sospese. A fronte di un’emergenza cui ormai è indispensabile fare fronte, Rotary Club gruppo Lario e Cometa hanno unito le forze, inaugurando il 9 ottobre il progetto Logos – Linguaggi e azioni per l’inclusione, percorso personalizzato di alfabetizzazione di lingua italiana e inserimento lavorativo per circa 15 richiedenti asilo provenienti da Gambia, Somalia, Nigeria, Bangladesh, Mali e Costa d’Avorio.

La Scuola Oliver Twist di Cometa offre corsi quadriennali di istruzione e formazione professionale: Tessile, Legno…

Come sottolinea Paolo Binda, responsabile operativo di Logos per Cometa, l’urgenza della situazione affrontata richiede una compressione dei tempi d’attuazione e un impegno assiduo e intensivo da parte di tutti gli attori coinvolti: «Pur avendo iniziato un mese e mezzo fa, non possiamo dire che il progetto si trovi ancora nella sua fase iniziale. Questi ragazzi sono adolescenti, hanno la necessità di affrontare percorsi che li accompagnino nella crescita. Idealmente servirebbe un supporto che si snodi nell’arco di almeno due anni, ma dobbiamo impegnarci per impiegarne uno solo. Come traspare dai dati che ci riportano i giornali, la situazione è critica, i progetti che garantiscono autonomia ai ragazzi ora devono essere necessariamente abbreviati. Il nostro corso è di ben dieci ore a settimana, integrate con compiti a casa e corsi aggiuntivi organizzati ad esempio dalle associazioni presso cui i ragazzi risiedono. Lavoriamo in stretta collaborazione con altri enti che organizzano corsi di italiano, perchè la sinergia aumenta l’efficacia dell’intervento».

…e Ristorazione

In un’ottica per cui, avendo a disposizione i giusti mezzi, ci si può imbarcare anche in missioni apparentemente impossibili, sono stati selezionati per l’iniziativa ragazzi in grande difficoltà, in genere in possesso di un grado d’alfabetizzazione quasi nullo anche nella loro lingua madre. La gamma di situazioni da tenere in conto è estremamente eterogenea: c’è chi si destreggia con qualche frase d’italiano, qualcuno comunica solo tramite inglese o francese basico, mentre, in alcuni casi estremi, la totale mancanza di ponti linguistici sta portando a prendere in considerazione la presenza di mediatori. Nonostante la grande diversità di approcci adottati nei confronti dei singoli individui, rimangono punti fermi la sensibilità e l’apertura a schemi di pensiero differenti che caratterizza i responsabili, dai coordinatori del progetto agli insegnanti. Continua, infatti, Binda: «Pur muovendoci in tempi ristretti, ci sforziamo di capire chi abbiamo di fronte, perché l’integrazione si basa anche su elementi psicologici e comportamentali. La conoscenza della lingua è assolutamente fondamentale, ma da sola non consente un inserimento a tutto tondo nel contesto sociale».

La sede di Cometa è a Como in via Madruzza 36

Punto questo su cui insiste anche Carlo Garbagna, responsabile del’Ufficio Progetti di Cometa: «Questo percorso è stato concepito a luglio e, grazie all’assiduo impegno di un team nutrito, è stato ben studiato nei suoi dettagli. Il risultato è duplice: prima di tutto questi ragazzi hanno grandi probabilità d’acquisire competenze di cittadinanza importanti; in secondo luogo il loro inserimento lavorativo può essere stabile. Senza fare uno sforzo mirato su ciascun individuo, dimostrandogli il giusto grado di flessibilità, sarà difficile portarlo ad assumere l’atteggiamento mentale adatto a rapportarsi con determinati contesti, lavorativi e non. L’approfondimento personalizzante garantisce un risultato concreto in termini di protagonismo della propria vita». Di conseguenza, il numero di giovani coinvolti in questa “fase pilota” è ristretto. Ciò appunto non è da confondersi con una scarsa pianificazione, ma è piuttosto da attribuirsi al fatto che la profondità del grado di coinvolgimento nei confronti di questi ragazzi rende impossibile operare su gruppi più ampi.

Giovani migranti giocano al pallone ai giardini della stazione di San Giovanni nell’estate 2016: i minori erano – e sono – numerosi (Foto di Carlo Pozzoni)

Per entrare in risonanza con l’anima di quest’iniziativa, diventa importante un momento di colloquio con l’insegnante di italiano, Mariangela Lattuada, e due fra i suoi studenti più promettenti, M.D. e M.A. Senza bisogno di interpreti, i due raccontano dei rispettivi percorsi e ambizioni. M.D. viene dal Gambia ed è arrivato in Italia nel maggio 2017, dopo un viaggio durato un anno attraverso Senegal, Mali, Burkina Faso e Nigeria, per affrontare il quale ha dato fondo a tutti i suoi risparmi. Vorrebbe trovare lavoro come cameriere per sostenere economicamente sua madre e la sua sorellina, rimaste in madrepatria. M.A. ha affrontato un itinerario simile a quello del suo compagno, gli piacerebbe fare il panettiere e a questo scopo ha seguito pochi mesi fa un corso di cucina intensivo a Cantù. Entrambi si dichiarano entusiasti dell’opportunità che stanno ricevendo, entusiasmo che, come spiega l’insegnante, è diffuso nell’intera classe: «Stiamo registrando forte partecipazione e presenze costanti. Chiaramente sono presenti livelli diversi. Alcuni ragazzi vanno più spediti, altri sono ancora in fase di acclimatazione. Bisogna lavorare sulla puntualità, la docenza va potenziata con un certo grado di sensibilità per colmare divari culturali e comprendere la logica che soggiace ad alcune differenze di comportamento. Importante è anche prestare attenzione a problematiche personali che stanno affrontando e che possono ostacolare il loro percorso didattico».

Aggiunge poi Giorgia Governale, responsabile dell’Ufficio Stampa di Cometa, che, considerando che molti di questi giovani non hanno mai avuto l’opportunità di andare a scuola, anche solo fornire loro un libro, un’aula, una LIM per potenziare il loro apprendimento, li inorgoglisce e responsabilizza. Michele Tomaselli, rappresentante del Rotary Club gruppo Lario, già prospetta per l’immediato futuro un’intensificazione dell’impegno intrapreso, tramite l’organizzazione di attività extrascolastiche, un contributo finalizzato a una formazione informatica e la creazione di una biblioteca con libri in italiano base accessibile a tutti i partecipanti. Nonostante il lasso di tempo ridotto, quest’interessante coprogettazione registra già dei successi tangibili.

Foto di gruppo di presidenti: Stefano Fagetti (Rotary Club Como), Fabio Stock (Rotary Club Cantù), Paola Mognoni (Rotary Club Appiano Gentile), Michele Tomaselli (Rotary Club Como Baradello) e Cesare Spreafico (Rotary Club Erba)

Binda riporta il caso di un ragazzo somalo, che, candidatosi di sua spontanea volontà per partecipare al corso dopo averne sentito parlare da altri minori stranieri non accompagnati, ha mostrato un’attitudine al lavoro tanto forte da ottenere la chance di effettuare uno stage in un’azienda, senza dover interrompere lo studio dell’italiano. Traendo delle conclusioni, casi di cronaca recenti hanno generato una diffusa atmosfera di sconforto. Viene naturale chiedersi se una convivenza pacifica fra culture diverse sia davvero possibile, e, se sì, con che modalità sia possibile raggiungerla. A fronte di queste considerazioni, risulta ancora più importante mostrare appoggio e solidarietà a iniziative che si rifiutano di lasciare che a vincere siano i pregiudizi. Como nel 2017 è emblematica della rilevanza di questo aspetto e, senza avere la pretesa di cambiare il mondo da solo, un progetto come Logos può costituire nel suo piccolo un modello positivo che altri potranno seguire, per muovere verso un’integrazione che sia reale e non puramente nominativa.

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