Confine, un libro in crowdfunding sulla storia dei migranti a Como

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Confine è il progetto per un libro che, a un anno di distanza, racconta la storia dei migranti bloccati alla stazione di San Giovanni, a Como. Responsabili del progetto sono Philip Di Salvo, giornalista e ricercatore che ha curato il lato testuale del volume, i fotogiornalisti Mattia Vacca ed Emanuele Amighetti, autori degli scatti, e il visual designer Giovanni Marchi, che ha curato il progetto grafico del volume. Per la realizzazione del libro i quattro autori hanno lanciato una campagna crowdfunding su Kickstarter, chiedendo un contributo ai lettori interessati per la realizzazione fisica del libro. C’è tempo fino all’1 settembre per raggiungere l’obiettivo di finanziamento e vedere il libro andare in stampa.

Uno scatto di Mattia Vacca

Confine raccoglie fotografie che Amighetti e Vacca hanno pubblicato in precedenza su testate nazionali e internazionali e una raccolta di testi inediti e risalenti alle settimane dell’emergenza scritti da Di Salvo stesso, Andrea Quadroni, Alessandro Ronchi e Luigi Mastrodonato. Abbiamo incontrato i curatori del progetto, che ci hanno raccontato come è nato e cosa vuole testimoniare. Si può sostenere il progetto andando a questo link, l’hashtag della compagna è #Confinebook. Parte dei soldi raccolti sarà donata in beneficienza. Confine, inoltre, è stato presentato all’Ostello Bello di Como il 13 luglio e di nuovo lo sarà all’Ostello Bello di Milano lunedì 28 agosto. Assieme agli autori interverranno il giornalista Andrea Quadroni, Marina Petrillo e Antonella Napolitano (OpenMigration / Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili).

Philip Di Salvo

Come nasce il progetto? Perché esce proprio ora, a quasi un anno di distanza dagli eventi che racconta?
Philip Di Salvo: Il libro ha come principale obiettivo quello di mantenere viva l’attenzione sulla questione dei migranti a Como. Siamo convinti che non si possa confondere la non – visibilità delle persone accampate in stazione con la soluzione della questione. Quello che Como ha scoperto lo scorso anno è cosa significhi essere una città di confine nel mezzo della crisi dei migranti e questo status, che troppo a lungo la città ha voluto sminuire o non comprendere, significa essere uno snodo geografico fondamentale al pari di altre città di confine che si sono guadagnate i titoli dei giornali negli ultimi due anni. Insieme ai migranti, a Como è arrivata la realtà del contemporaneo. Guardandola, la città si è conosciuta meglio che mai. Il contributo che Confine vuole dare è di visibilità e di memoria allo stesso tempo. L’estate dello scorso ci ha insegnato a vedere l’epoca in cui viviamo, il libro vuole tenere vivo quella scoperta.

Mattia Vacca

Tutti e quattro siete di base a Como o ci siete nati. La situazione dei migranti ha portato la città al centro delle cronache internazionali. Come vi siete relazionati con questo aspetto durante il vostro lavoro?
Mattia Vacca: Dopo aver lavorato per dieci anni per il Corriere della Sera, da qualche anno non mi capitava di coprire eventi di cronaca nella mia città. Lo scorso anno sono rientrato proprio nei giorni della cosiddetta ‘emergenza’ migranti e l’esigenza di raccontare questa vicenda è stata per me immediata. Ho iniziato a scattare per il Corriere e La Stampa coprendo la situazione in stazione ed ho proseguito il progetto autonomamente in modo più personale cercando di ampliarlo il più possibile. A dicembre mi sono occupato dell’emergenza fredda e dell accoglienza nella parrocchia di Rebbio. Non considero questo lavoro ancora terminato e continuo a seguire gli sviluppi della situazione.

Una foto di Emanuele Amighetti

Emanuele Amighetti

Quali sono, da un punto di vista fotografico, le peculiarità della situazione migranti a Como, rispetto a quanto scattato da altri fotografi altrove?
Emanuele Amighetti: Prima di iniziare, ho avuto bisogno di confrontarmi con diversi lavori sulla questione migranti. Molti sono di altissima qualità. Ho cercato quindi un approccio documentaristico che fosse personale, sì, ma molto rispettoso della portata del tema. Quando riguardo il mio lavoro, però, penso a un racconto delle dinamiche quotidiane che il fenomeno ha avuto in città per diversi mesi secondo il punto di vista quasi di un ‘esterno’. Le fotografie di Mattia, ad esempio, sono molto più intime. Anche se tutto è successo nella città in cui sono nato, all’inizio è stato strano. Non abitando a Como da qualche anno e non avendo mai lavorato qui, mi sentivo quasi fuori luogo. Inconsciamente, era come se stessi fotografando qualcosa che succedeva senza contesto. Solo poi ho capito che la forza del lavoro stava proprio nel suo essere circoscritto, locale. Ed è anche la forza di questo libro, qualcosa che lo rende a suo modo speciale.

Giovanni Marchi

Uno dei punti di forza di Confine è certamente il progetto grafico. In che modo il design dialoga con i contenuti del libro?
Giovanni Marchi: Durante la definizione del progetto grafico la difficoltà maggiore è stata quella di limitare la grafica stessa. Fin dall’inizio l’idea è stata quella di dare molto spazio ai contenuti e poco al design. Questo tipo di approccio non è stato dettato da una scelta stilistica ma dalla necessità di limitare gli elementi ‘estranei’ in modo da tenere in primo piano il lavoro dei fotografi e dei giornalisti. Inoltre ci interessava lavorare graficamente sull’idea di confine e su come poter superare questo limite fisico attraverso il design. Lo abbiamo fatto, almeno metaforicamente, inserendo a piè pagina dei testi che corrono per tutta la larghezza del volume senza preoccuparci di dove finisse la pagina a sinistra ed iniziasse quella a destra. Questo è uno dei pochi virtuosismi stilistici che ci siamo concessi, proprio perché strettamente legato alla storia che sta dentro al libro. Sebbene il progetto grafico non sia totalmente chiuso ed alcuni aspetti potrebbero subire delle variazioni, possiamo dire che l’uso di pochi e ben definiti elementi tipografici, scelte cromatiche semplici e la continuità spaziale con cui sono state gestite le doppie pagine siano le caratteristiche su cui è stato basato il design libro, con l’obiettivo finale di raccontare una storia in modo contemporaneo anche attraverso la ricerca estetica.

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