Con Dylan la canzone è da Nobel

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La vicenda del premio Nobel alla letteratura di Bob Dylan e i suoi commenti, a distanza di una settimana, regalano molte riflessioni, constatazioni e anche purtroppo deludenti conferme. Il Nobel ha sempre avuto storicamente due percorsi, uno di scoperta e proposizione di grandi scrittori e poeti sconosciuti e l’altro di sancire un grande percorso già acclarato.

Il riconoscimento a Dylan appartiene decisamente al secondo caso. La mia esperienza di almeno quaranta premi Nobel alla letteratura è sempre stata quella di profonde polemiche per i motivi sopracitati. O perché gli scrittori erano troppo sconosciuti o perché erano troppo famosi.

Uno dei personaggi d’accordo sul premio a Dylan è il romanziere, americano e anch’egli candidato al Nobel, Don DeLillo che dice sul premio: «Dylan lo merita. È un grande artista e ha raccontato il suo tempo come pochi altri». Leonard Cohen, finissimo poeta e scrittore, prima della tardiva vocazione alla canzone, dichiara che dare il premio a Dylan è come riconoscere che l’Everest è la più grande montagna del mondo.

Leonard Cohen e Bob Dylan, autori a confronto

Leonard Cohen e Bob Dylan, autori a confronto

Molti in Italia si incaponiscono a vedere Bob Dylan solo come un musicista, una rock star famosa, disconoscendo la grande letteratura che ha viaggiato attraverso le sue canzoni. È come se definissimo Omero un buon musicista solo perché accompagnava la lettura dei suoi romanzi epici, nelle corti greche, intonando e giovandosi di una piccola chitarra ricavata dal guscio di una tartaruga.

La regressione culturale e storico-letteraria che viene alla luce da questa avvenimento è veramente preoccupante. Ho letto decine di commenti che paragonavano la canzone, che è madre e prima forma di poesia, a un’altra arte come l’architettura o da porre nella categoria di arte varia ( sic!). Come se le canzoni non contenessero una parte letteraria rilevante assieme alla musica. E come se entrambe come buone sorelle, non ti ricamassero il cuore insieme, unite in uno stesso viaggio.

Forse che Les feuilles mortes di Prévert, che era all’inizio solo una poesia, poi quando fu musicata dal compositore Joseph Kosma, ha cessato di esserlo? E questo vale anche per tante poesie di Rimbaud, di Apollinaire, di Queneau, di Valery, musicate nel tempo da altri e cantate per le vie e nei bistrot di Parigi.

La metrica e rima delle canzoni e delle ballate, nasce per esigenze di memorizzazione, in un’epoca in cui non c’erano libri, cd o altri supporti di lettura e d’ascolto. La rima è come le ciliege: una tira l’altra e la metrica è il ritmo e il fiato, di un verso, di un percorso.

1da01b44e321dfcfea5ec4447823aa02_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyPensate che nel Peloponneso, ancor oggi, ogni paese ha una sua metrica compositiva dai tempi di Omero e forse prima ancora. Metrica e rima permettono di memorizzare lunghi tratti di letteratura proprio attraverso la memoria e il canto, che è melodia e ritmo. Ricordiamo il libro Le vie dei canti di Bruce Chatwin, in cui gli aborigeni australiani, memorizzando un canto e le sue indicazioni geografiche, fanno lunghi percorsi nel bush senza perdersi.

Fino alla fine del 1.700 tutte le poesie erano musicabili e tutte le musiche erano poetabili. I canzonieri sono presenti nella produzione dei nostri massimi poeti come Dante e Petrarca e questi hanno a loro volta influenzato tutta la nostra poesia fino a Leopardi che commentò Il canzoniere di Petrarca e ne ricavò molte immagini per le sue composizioni. La musica ha sempre nobilitato le parole e è infatti è stata usata sempre per musicare anche i testi sacri.

Oggi un artista deve avere solo una prerogativa e questo è in contrasto con la cultura storico – umanistica. Come se il Bernini, essendo già un abile scultore a vent’anni, non potesse poi essere stato poi anche un grande architetto e pittore. Come si può continuare a pensare che una cosa escluda l’altra o che addirittura una cosa distrugga l’altra? O il vero problema oggi di molti poeti sta forse nel fatto di non sapere più suonare o cantare, come un tempo la gran parte dei poeti come Poliziano o Metastasio? Ed è questo un problema che devono riversare su chi invece sa farlo? Una sorta di «nondum matura est» (dalla favola di Esopo La volpe e l’uva, ndr)?

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Mi rendo conto dai commenti, che ho letto in questi giorni, che l’opera di Dylan è pressoché sconosciuta e in gran parte fraintesa da tanti nel nostro paese. Infatti si continua col ritornello del menestrello di Duluth.

C’è poi l’inveterata abitudine di esprimere giudizi, anche trancianti, su cose che non si conoscono e decidere poi cos’è poesia e cosa non lo è, come se ci fossero depositari del verbo.

Chi è che decide cos’è poesia e se un Nobel è giusto? Quello che più mi colpisce è la scadente qualità degli argomenti e delle metafore usate dai detrattori. C’è chi ha addirittura asserito che la musica nella canzone crea troppa enfasi e suggestione sulla parola cantata.

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È come se ci lamentassimo della regia troppo affascinante di una commedia di Shakespeare, perché aiuta troppo il testo! Si ha la netta sensazione che stigmatizzando i criteri di premiazione, si vorrebbe restringere sempre più le categorie dei premiati per arrivare a darlo a sé stessi.

L’opera di Dylan è una realtà monumentale e si inserisce nella grande letteratura americana del secondo Novecento. Un immenso affresco che va dagli inizi degli anni Sessanta ai nostri giorni. Circa quattrocento tra canzoni e ballate, oltre ai suoi libri.

È un tracciato di poesia unico e straordinario, di rara bellezza e potenza che ha spaziato dalle poesie di impegno civile a quelle lirico amorose; dal ritratto epico, alla visionarietà surrealista; dalla rilettura del mito americano alla cronaca del presente con instant songs, alla visione profetica come A hard rain’s a-gonna fall, No time to think, Changing of the guards.

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Ho sentito anche parlare da alcuni sciocchi di scarsa complessità poetica, ma qualcuno di questi signori ha mai letto Sad eyed lady of the lowlands?

(da L’Ordine di domenica 23 ottobre 2016)

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