C’èlacrisi, cisonoleidee: c’èunlibro

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Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Se le case editrici non pubblicano il tuo libro, crea la tua personale casa editrice. Così nasce C’èlacrisi Editore, fondata dai giovanissimi Elio Ferrario e Simone Allevi, entrambi 23 anni, a loro volta rispettivamente illustratore e graphic designer di Da quando scrivo poesie faccio più spesso all’ammore. Da solo., raccolta di componimenti di Giorgio Agosta del Forte, 25 anni, con cui hanno deciso di tuffarsi nel vasto oceano letterario italiano. Sappiamo tutti quanto è facile lasciarsi ingabbiare dai meccanismi asfissianti di una vita abitudinaria. A volte la routine si fa schiacciante e il bisogno di una boccata d’aria fresca diventa impossibile da resistere. È proprio in questo genere di momenti che pochi versi scritti in modo genuino possono fare miracoli, e aiutarci a guardare con tenerezza e quasi gratitudine a luoghi, situazioni, minuscoli particolari delle nostre giornate che se visti dalla giusta prospettiva portano con sé un’innegabile, seppur facile da trascurare, felicità. Questo libro è un atto di vandalismo costruttivo, non ha la pretesa d’essere considerato alta letteratura né reclama con arroganza un posto sugli scaffali delle vostre librerie, ma è certo che si sforzerà di regalare inediti punti di vista a chiunque vorrà dargli un’occhiata.

Come nasce la vostra collaborazione?

Simone Allevi

Simone: Io ed Elio avevamo da tempo in mente l’idea di creare una casa editrice indipendente. Un giorno ci siamo visti e mi ha proposto di collaborare con un suo amico e compagno di teatro (Giorgio), che scriveva poesie da un paio d’anni e aveva già preparato una selezione di qualche decina di componimenti. Abbiamo organizzato un incontro per conoscerci, abbiamo ritenuto che fosse buon materiale su cui lavorare ed è nata l’idea di intraprendere un progetto congiunto.
Giorgio: Il fatto che io ed Elio possiamo essere considerati simili stilisticamente ha contribuito a dare coerenza alla stesura. Entrambi affrontiamo temi amorosi in modo ironico, senza grande perizia tecnica: io non seguo le regole della metrica e spesso mi servo di un tono infantile, mentre lui ad esempio non si preoccupa di rendere in modo preciso l’anatomia delle figure.
Elio: Anche perché questo è un libro incentrato sulla sublimazione, la lettura assume sfumature diverse a seconda dell’immaginazione del lettore, quindi non sono necessari dettagli grafici.

Ci sono tematiche che ricorrono nelle poesie?

Giorgio Agosta del Forte

Giorgio: Prima di tutto il titolo stesso, a parte il chiaro riferimento all’onanismo, richiama la mia concezione dell’amore, che è il filo conduttore della raccolta. Secondo me quando ci innamoriamo di una persona, ci innamoriamo dell’immagine che ci facciamo di lei. Quando poi gli specchi che ci siamo creati lentamente crollano, rimaniamo intrappolati in un amore solipsistico fra noi e i fantasmi che abbiamo generato, ed è in quel senso che parlo di far l’amore da solo.
Elio e Simone: Un’altra questione affrontata è quella di una volontà di fuga cui facciamo fronte alternando alla Brianza luoghi come la Sicilia, Londra o atmosfere oniriche. Troviamo fascino nella realtà che ci circonda tutti i giorni ma questo non ci impedisce di provare a guardare oltre. Ci sono infatti anche dei tocchi di esotismo che nascono sia da questa voglia di scappare che dalla necessità di rispecchiare l’attualità, dove è sempre più importante dare vita a un dibattito sull’integrazione fra diverse civiltà. In copertina compare, ad esempio, la Chiesa degli Eremiti di Palermo, caratterizzata da una base cristiana su cui sono state innestate cupole arabe, che abbiamo quindi scelto come simbolo di interculturalità.

Quali sono le vostre muse?

Giorgio: I soggetti delle mie poesie non sono mai ragazze che effettivamente conosco, ma al più figure evanescenti che ho fabbricato io stesso o in qualche caso sconosciute dalle quali rimango colpito per certi particolari. In genere rifletto inconsciamente sulle immagini che mi galleggiano in testa finchè in momenti anche banali mi vengono in mente delle basi su cui lavorare per un componimento.
Elio: Su questo ad esempio siamo discordanti, perché io faccio quasi sempre ritratti di persone in carne e ossa, non riesco a orientarmi esclusivamente sulla base della memoria.

È capitato che le poesie influenzassero i disegni o viceversa?

Elio: Sì. Per la maggior parte dei casi ho creato illustrazioni ispirandomi ai testi di poesie che Giorgio aveva già composto, in alcuni casi gli ho proposto disegni che avevo ultimato o idee che ero desideroso di sviluppare, come è successo per Cronotopia della taverna brianzola, un luogo secondo me magico e dotato di un potenziale poetico che mi sembrava giusto sfruttare. Ci sono stati casi in cui siamo partiti da titoli comuni e abbiamo dato vita ciascuno alla propria storia, ad esempio in Barattolo dei ricordi Giorgio parla di un amore passato che tenta di «gettare nell’oceano scuro della memoria», io di come Cefalù, della quale conservavo memorie d’infanzia, rischi di finire appunto nel barattolo dei ricordi una volta spazzata via dal surriscaldamento globale, il cui potenziale distruttivo diventa poi il tema al centro dell’illustrazione.

Vi siete chiamati C’èlacrisi Editore. Di che crisi parlate e che obiettivi vi proponete?

Parliamo di crisi perché siamo parte di una generazione che nella porzione cosciente della propria vita ha sempre sentito parlare di crisi economica e necessità di risparmio. Pensiamo che i momenti di difficoltà non debbano impedirci di avere delle aspettative sul futuro né diventare un deterrente alla creazione di opere nuove e interessanti. Questo anche perché la crisi ci sarà sempre, non solo nel mondo esterno ma anche a livello emotivo e mentale. Tutti e tre ci siamo serviti di questo libro come mezzo per esorcizzare qualche demone, anche nella nota dell’editore io (Elio) spiego come stessi attraversando un periodo di forte tristezza prima di iniziare questo viaggio e ritrovare un po’ di equilibrio, come in una sorta di terapia. Il nucleo del nostro pensiero sta nel non volere sottostare al disfattismo della società moderna, ci piace essere controtendenza e beffarci del pessimismo generale, difatti come logo abbiamo scelto un barbaro a cavallo, simbolo di distacco dalla civiltà dominante, che si muove da destra verso sinistra, ovvero in senso opposto rispetto a come siamo abituati a leggere. La figura è accennata in modo semplice, appare come uno scarabocchio disegnato d’impulso, questo per richiamare sia l’idea che la precisione tecnica non è fondamentale, sia che essendoci la crisi non abbiamo i mezzi economici per permetterci un’immagine ad alta definizione.

Come avete deciso di far conoscere il vostro lavoro?

Elio Ferrario

Ci piace l’idea di libro che più che essere venduto passa di mano in mano. La nostra può essere considerata una sorta di fanzine borghese, la quantità e cifra stilistica delle illustrazioni si rifanno certamente a quel mondo ma la cura dell’aspetto grafico ha ben poco di punk, così come il fatto che il nostro non è un prodotto cheap ma nasce piuttosto per essere un oggetto d’arte. Abbiamo deciso di presentarlo in alcune trattorie e di esporlo presso dei market, perché crediamo che siano canali di distribuzione alternativi a quelli tradizionali e che ben si addicono all’originalità del progetto. Ci rifacciamo a un’attività diffusa fra il Cinque e l’Ottocento di cui parliamo in Poetry rangers, quella dei colportages, ovvero esponenti dei ceti bassi della popolazione quali fioristi, pescivendoli, prostitute, cartai che si improvvisavano venditori ambulanti e giravano per le città portando al collo una piccola cesta ricolma di pamphlet, canzonette, produzioni letterarie minori da vendere a basso prezzo ai passanti. A volte scherziamo sulla possibilità di dedicarci a nostra volta a pratiche simili, e tutto sommato col passare del tempo stiamo prendendo sempre più seriamente in considerazione quest’ipotesi. Per rimanere su questo filone, un altro personaggio con cui ci identifichiamo è Ragueneau, il pasticcere amante della letteratura che in Cyrano de Bergerac regalava dolciumi ai poeti in cambio di qualche verso ben scritto. È una figura un po’ fallimentare ma rispecchia la nostra prospettiva.

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