Bubola canta la Grande guerra per le Primavere al Sociale

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La miglior canzone d’autore non può che derivare dalla musica popolare, da quella che si cantava nei ritrovi, nei viaggi, perfino nelle trincee negli anni precedenti all’avvento del disco e quindi delle vendite, della ricerca del successo e della fama. Le prime le chiamiamo canzoni folk per distiguerle da quelle pop(olari) che di popolare ormai non hanno più nulla. Lo sa bene Massimo Bubola, artista di grande intelligenza musicale e poetica, atteso al Teatro Sociale giovedì 4 maggio per un nuovo, attesissimo, appuntamento con Le Primavere de La Provincia. Il cantautore, poeta e scrittore veronese è uno dei principali cantastorie nostrani, uno dei punti di riferimento degli ultimi quarant’anni. Tanti ne ha compiuti, nel 2016, Nastro giallo, un disco oggi introvabile, il primo di una serie di gemme musicali che fece rimanere di stucco perfino Fabrizio De André che lo chiamò per avviare una collaborazione che portò alla scrittura di classici assoluti e senza tempo: Rimini, Andrea, Hotel Supramonte, Fiume Sand Creek, Don Raffaè, l’elenco è lungo (si potrebbe aggiungere, anche, che nel recente omaggio a Dylan di De Gregori manca qualcosa, manca Avventura a Durango, sicuramente la miglior traduzione e interpretazione di un brano del grande artista statunitense, opera proprio di Bubola). Ed era solo l’inizio. Oltre a scrivere per altri artisti e a impegnarsi anche come raffinato produttore, Massimo ha realizzato numerosi dischi, con la cura dell’artigiano, un’attenzione certosina ai dettagli lirici e sonori, tante opere che, come i vini di cui è parimenti esperto, invecchiano bene con il tempo. Un cantastorie, si diceva, che ha attinto alla letteratura, al cinema, ma anche ai racconti di famiglia e dei territori, per dare vita a veri e propri romanzi musicali sposando sonorità tipicamente italiane alle suggestioni americane e anglosassoni, al folk, al rock, al blues, sempre mantenendo una fortissima impronta d’autore rifiutando i compromessi fino al punto di autoprodursi in perfetta, spavalda indipendenza, lontano da qualsiasi logica commerciale, rivolgendosi a un pubblico attento, capace di cogliere le sfumature della sua arte. A questo pubblico si rivolgerà oggi in un evento che lo vedrà parlare instaurando un dialogo ancora più intimo tra musicista e spettatore. La permanenza comasca di Bubola, che è anche firma di spicco del settimanale L’Ordine sulle pagine de La Provincia, si riallaccia a un interesse di lungo corso per la storia e le canzoni della Grande guerra che ha raccolto negli ispirati album Quel lungo treno e Il testamento del capitano e nell’antologia Da Caporetto al Piave. E ha questo titolo anche l’appuntamento delle Primavere de La Provincia, il prossimo 4 maggio.
Con il centenario della Grande guerra in corso, tanti si sono avvicinati a quel periodo storico così fondamentale e ancora così poco indagato. Questa ricerca musicale, invece, è iniziata in tempi davvero non sospetti, nel 2004. Qual è stata la genesi?
È iniziato tutto da una considerazione molto semplice. Il nostro Paese ha una scarsissima identità musicale e ancor meno memoria. Altrove, penso ai paesi di estrazione celtica, esiste un percorso costante di ricerca e di aggiornamento. Quando visitai l’Irlanda per la prima volta, negli anni Settanta, nei pub tutti cantavano canzoni assieme, il punk con la cresta assieme all’ottuagenario, si riconoscevano in quei brani. E mi ricordavo di situazioni ormai lontane nel tempo, quando le cantavo nelle gite con mio padre. E quando mi chiedevano di intonare un pezzo italiano, io mi rivolgevo a quel repertorio.
Che è anche una fotografia della storia d’Italia.
Sicuramente. E ci ritrovi anche i sentimenti, i valori, i punti di riferimento. Una canzone come Monte Canino ha solo tre strofe, ma valgono come un libro di trecento pagine. E pensare che si tratta di canzoni che hanno una storia anche molto lunga. Il testamento del capitano, per esempio, risale al 1535. È stata scritta per l’assedio di Napoli da parte dei piemontesi al soldo del marchese di Saluzzo. E assieme ai piemontesi è arrivata al Nord, adattandosi alle situazioni nel corso dei secoli.
Sono canzoni che siamo abituati ad ascoltare intonate da un coro.
Quegli arrangiamenti vocali sono successivi, risalgono agli anni Venti. La maggior parte dei brani è nata nella solitudine e nel freddo delle trincee dove, però, c’era anche qualche chitarra, un’armonica a bocca o una fisarmonica, pochi strumenti per fare musica. Era uno dei pochi divertimenti di quei ragazzi.
E qui ci riallacciamo al discorso del ciclo di incontri delle Primavere riguardo alle Periferie. La maggior parte di questi soldati arrivavano dalle campagne, non certo dalle grandi città.
Tanti la città la vedevano per la prima volta proprio per effettuare la visita di leva, come è accaduto a mio nonno. Non solo: l’Italia era giovane, era stata unita cinquant’anni prima, ma non si viaggiava, non si comunicava. In questo senso il treno fu un mezzo straordinario e quella fu la prima guerra dove venne usato come mezzo di trasporto per le truppe. E si parlavano dialetti diversissimi, tanto che esisteva un vero e proprio prontuatio per comprendere gli ordini che venivano impartiti.
Eppure le parole di quelle canzoni sono modernissime.
Molto più, ad esempio, di quelle di tanti melodrammi, di tante arie d’opera che pure la gente cercava di ricordare. La loro forza sta nelle melodie che sono belle, memorizzabili, al contrario di quelle del pop nostrano attuale, banali, troppo simili e difficili da distinguere e anche da ricordare. E la lingua era straordinaria, ancor di più se si pensa che tanti anonimi autori non erano certo “cantautori di professione”. Eppure ci sono veri e propri sprazzi poetici, intuizioni felicissime, momenti di autentico struggimento.
Momenti recuperati in questi dischi.
Ho pensato che questa fosse una musica documentabile e storicizzabile oltre che parte del mio patrimonio umano. Essendo veneto, per me, come per i trentini, i friulani e i lombardi, la memoria della Grande guerra è viva. Fu molto sentita e molto pagata in ambito di tragedie e vite umane, anche per le generazioni successive. Mi spiace solo di essere isolato, in questo recupero. Mi sono confrontato con tanti colleghi che, invece, non conoscono questo patrimonio. Ci fu un momento, alla fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, in cui ci fu una valorizzazione, grazie ai Dischi del sole, al Nuovo Canzoniere Italiano, ma rimase un discorso di nicchia ed estremamente politicizzato. Per me si tratta di recuperare, contemporaneamente, momenti di vita vissuta, di poesia e di musica, tutto nel breve volgere di una canzone.

Tutte le serate delle Primavere de La Provincia sono gratuite, aperte a tutti, con una priorità di ingresso a chi effettua la prenotazione on line al sito leprimavere.laprovincia.it. Nella pagina di presentazione di ogni incontro, sulla destra, si può indicare il numero di persone e poi conferma presenza. Compilata una scheda con i propri dati, la si invia e si riceve una email di conferma: è la prenotazione che permette l’ingresso prioritario. Tutti gli altri potranno entrare in sala solo dopo che saranno stati assegnati i posti alle persone prenotate e fino a esaurimento. Il sistema di prenotazione al Teatro Sociale di Como prevede la priorità di ingresso per coloro che si presentano con la ricevuta della prenotazione mentre l’accesso al Teatro della Società di Lecco è regolato dalla priorità di arrivo a teatro. È tuttavia gradita la prenotazione sempre al sito leprimavere.laprovincia.it da intendersi come segnalazione di interesse alle serate previste a Lecco il 22 e il 24 maggio.

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