Barbara Radice e Ettore Sottsass: perché morte non ci separi

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Si intitola Perché morte non ci separi e racconta di un amore, passato attraverso il doloroso vaglio del lutto e del distacco. È il libro, edito da Electa, con cui Barbara Radice, comasca per nascita (è la figlia secondogenita del pittore Mario Radice), ma cittadina del mondo, racconta, in forma di diario, iniziato all’indomani della scomparsa dell’uomo amato, il legame, tra vita e morte, con il compagno e poi marito, Ettore Sottsass. L’autrice, scrittrice e giornalista d’arte, legata per oltre un trentennio al grande architetto che, lo scorso 14 settembre, avrebbe compiuto cento anni, sarà alla libreria Ubik di piazza San Fedele 32 giovedì 12 ottobre. In un dialogo con il giornalista Alessio Brunialti, l’autrice racconterà al pubblico una vicenda intensa, privatissima ma come tutte le storie vere, capace di colpire le emozioni profonde.

Barbara Radice e Ettore Sottsass

Signora Radice, perché, subito dopo la scomparsa di suo marito, avvenuta il 31 dicembre 2007, ha sentito l’urgenza di scrivere un diario?
Non so davvero spiegare questa mia scelta. È stato un tentativo di sopravvivere. Cercavo un modo per stare ancora con Ettore e la scrittura, che è il mio mestiere, mi è stata d’aiuto. Del resto, sono convinta che le persone, soprattutto quelle che hanno saputo lasciare una forte traccia di sé, non se ne vadano mai davvero.
In effetti, il suo racconto è punteggiato dalla presenza della persona amata, anche dopo la morte. Una presenza che si manifesta in sogni e visioni e coinvolge anche amici e parenti…
Sì, ed è una situazione molto particolare che, nel tempo, ha turbato me e anche coloro che mi sono stati vicini, soprattutto mia sorella Nena e la mia amica Miki. Non sono una persona facilmente suggestionabile, ma non ho potuto fare altro che raccontare, nel mio libro, i sogni e le visioni che io stessa ho sperimentato e che anche altri mi hanno riferito.

Colpisce, in Perché morte non ci separi, la fitta rete di legami affettivi, di amicizie e di relazioni che lei e suo marito siete riusciti a costruire nel tempo e che l’hanno sostenuta nel momento del dolore. Una piccola comunità sparsa nel globo, legata dall’affetto ma anche dai comuni intenti artistici e culturali?
Sarà stata la curiosità innata di Ettore, che per me (e non solo) è una figura di autentico respiro internazionale, o forse la sua attitudine a una mente aperta. Sarà stato il mio entusiasmo. Di certo, nella nostra esistenza comune, abbiamo trovato tanti amici, in tutto il mondo e molti erano anche collaboratori di Ettore. È stato bello e posso dire di essere una donna fortunata anche per questo.
Lei, come figlia di Mario Radice e moglie di Ettore Sottsass, si trova a essere la “custode” di due grandi eredità artistiche e culturali. Un privilegio o un carico?
È un ruolo che non ho scelto, ma che è capitato. È il mio karma, direbbero gli indiani. In effetti, non ho mai pensato di essere la “proprietaria” delle opere di mio padre e di mio marito. Mi sento più la depositaria di un patrimonio che, in realtà, è di tutti. Non a caso, ho donato, con mia sorella Nena, l’archivio di mio padre a Como.
In quest’ottica si può leggere anche la mostra attualmente visitabile alla Triennale di Milano?
Sì. È una mostra monografica nel centenario della nascita di Ettore, la cui ricorrenza è caduta lo scorso 14 settembre. Si intitola There is a planet (in riferimento a un progetto editoriale degli anni Novanta, per l’editore tedesco Wasmuth) e sarà visitabile fino all’11 marzo. Sono molto felice di questo omaggio anche se è stato un lavoro impegnativo, quanto la retrospettiva dedicata a Mario Radice, al Mart di Rovereto, nel 2014.
Quale crede sia l’eredità più preziosa di Ettore Sottsass?
Chi visiterà la mostra milanese potrà vedere l’impronta della sua grande anima.

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