Alla Ubik il nuovo romanzo di Polidoro

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«È eccellente. Riesce a capire al volo e a risolvere cose complicate, là dove gli altri solitamente falliscono». «È un vero segugio e, se non siete di coloro che piangono quando gli rivelano che Babbo Natale non esiste, nei suoi libri leggerete molte storie divertenti. Ma esito a parlare di divertimento. Il fatto che debba darsi tanto da fare significa che la credulità è più diffusa di quanto non si pensi. Ben vengano, dunque, libri come i suoi».

Il destinatario di tali elogi è lo stesso, i mittenti diversi, ma di pari – altissimo – livello: Piero Angela e Umberto Eco parlano così di Massimo Polidoro, scrittore e giornalista, uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito.

Pur amando l’argomento ed essendone sempre stata incuriosita, non ho ancora mai avuto il piacere di incontrare Polidoro né di leggere i suoi romanzi, motivo per cui venerdì 16 settembre non mancherò alla presentazione di Non guardare nell’abisso, in programma alle 18 alla libreria Ubik di piazza San Fedele 32, condotta da Davide Cantoni.

In questo secondo romanzo torna Bruno Jordan, protagonista anche di Il passato è una bestia feroce, quello che è stato l’esordio in narrativa di Polidoro.

912jbocbn5lDi esordio si può parlare solo in quell’ambito, perché il nostro è autore di oltre quaranta libri per un totale di 300mila copie vendute, con traduzioni in dodici lingue, nonché di centinaia di articoli. Le  collaborazioni che ha al suo attivo sono anch’esse numerose: Focus, Oggi, Mate e The Skeptical Inquirer, rivista americana per cui cura una rubrica fissa.

Di quale misterioso tema staremo mai parlando, vi chiederete dunque voi? Esattamente di mistero (e annessi)!

Massimo Polidoro si è laureato in psicologia all’Università di Padova e si è poi specializzato nella psicologia dell’inganno e nei trucchi del paranormale.

Se vi ha incuriosito e stupito la sua prolificità nella produzione scritta, tenete presente che lo stesso conduce, da anni, indagini e ricerche su presunti fenomeni misteriosi e insoliti ed é conduttore e consulente scientifico di moltissime trasmissioni televisive di successo. Non solo. Il succitato (e da me da sempre venerato) Piero Angela e Margherita Hack hanno fondato il  Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze): indovinate un po’ chi ne è cofondatore e segretario? Si, esatto, proprio Polidoro.

Oltreoceano la collaborazione non si limita alla rubrica, perché lo stesso è anche stato allievo di James Randi, il celebre illusionista e investigatore di misteri americano,  ed è membro onorario dell’americano Center for skeptical inquiry (Csi).

Ci sono tutti gli elementi per attirare gli appassionati, i curiosi e, perchè no, anche gli scettici, alla presentazione di venerdì. Se questo non bastasse, posso dirvi che a me il prologo di Non guardare nell’abisso pare molto interessante…


Luciano diede un’ultima occhiata alla luna, piena e luminosa, prima di scendere con gli altri sotto terra. Carlos, quello che impugnava la SIG Sauer a dieci proiettili, guidava il gruppo e teneva sotto tiro il prete.

«Ci vuole ancora tanto?» chiese.

Il sacerdote, un omino anziano dalle guance scavate, voltò la testa all’indietro. I suoi occhi sbarrati ricordarono a Luciano quelli di un gufo.

«È qui sotto» disse il vecchio con voce tirata. La mano ossuta con cui si reggeva al corrimano tremava.

«E allora muoviti» fece Carlos agitando la pistola.

Il prete deglutì e riprese a scendere le scale. La cripta era illuminata da flebili fiammelle che oscillavano, dando all’ambiente un’aria spettrale. Quel posto gli metteva i brividi, ma Luciano non disse nulla. I suoi due compari sembravano ignari di dove si trovassero, seguivano il prete e Carlos, dietro di lui, con la SIG sempre in mano.

Che cazzo di situazione. Ancora non riusciva a capacitarsi di esserci finito dentro per davvero. Erano sembrate solo chiacchiere tra amici, cazzate che si dicono quando si è bevuto un po’ troppo e la lingua non ha più freni. Invece adesso erano lì, in ballo. E bisognava ballare.

«Ecco» disse il prete allungando un dito. «È laggiù.»

In fondo al corridoio di pietra sbreccata e umida, si scorgeva nella penombra un cancelletto in ferro battuto, ormai arrugginito. Tito accese una torcia e lo illuminò. Proteggeva un piccolo ambiente circolare al cui centro si ergeva un’urna di cristallo e argento sbalzato. Oltre il vetro si poteva vedere lo scheletro del beato Giovanni, gloria locale, da oltre un secolo in attesa di santificazione.

La luce della torcia creava l’illusione che lo scheletro si muovesse.

«Dai, erano solo balle» disse Luciano. «Torniamo di sopra e dimentichiamoci di questa storia.»

Carlos si voltò di scatto e lo trafisse con un’occhiataccia. Le sue iridi azzurre sembravano color dell’argento in quella luce e la pelle butterata creava arabeschi inquietanti sul suo viso. «È un po’ tardi per tirarsi indietro. Non sarà che hai fifa?»

A quella domanda gli altri due sghignazzarono. Luciano distolse lo sguardo.

«Non dire minchiate. È solo che mi sembra chiaro che ci hanno raccontato una palla. Non lo vedi? Qui non c’è niente.»

Carlos scosse la testa. «Questo lo vedremo.»

Poi con la canna della pistola diede una spinta al sacerdote. «Datti una mossa, vecchio, e apri quel cancello.»

Il prete recuperò una grossa chiave di ferro dalla tonaca e, sempre tremando, la infilò nella serratura. Diede un paio di giri e il cancello si aprì cigolando. Carlos strappò la torcia dalla mano di Tito ed entrò nella cappellina.

Illuminò le pareti ricoperte di affreschi, rovinati dall’umidità, e fece un giro attorno all’urna tastando i muri. Poi uscì di nuovo e puntò la torcia in faccia al prete.

(…)

 

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