8208: luce sull’arte al Lighting design festival

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Nel pomeriggio di sabato 5 novembre si svolge il primo dei tre talk in programma per 8208 Lighting design festival. Il giorno subito dopo la serata di inaugurazione, il festival comasco riparte con un intimo momento di riflessione e confronto sul tema dell’arte e sul ruolo che essa ha ai nostri giorni. Nello spazio di Borgo35 ci sono Sophie Guyot e Mattia Vacca: lei, artista autodidatta che si cimenta in opere plastiche con protagonista la luce e da sempre interessata al rapporto dell’essere umano con la natura (per il festival ha realizzato l’installazione Human? sul Teatro Sociale); lui, fotogiornalista e fotografo documentarista i cui lavori sono pubblicati sui maggiori quotidiani e magazine italiani e internazionali. Siedono comodi uno a fianco all’altra su un divano e attendono le domande di Alessandro Ronchi, critico d’arte e giornalista che non solo modera l’incontro ma infarcisce gli interrogativi che pone con lunghi monologhi intrisi di excursus, divagazioni e opinioni personali che regalano preziosi spunti di riflessione alla platea e agli intervistati dando vita a un dibattito in cui, a tratti, i ruoli si confondono.

Sophie Guyot

Sophie Guyot

Alessandro: Nell’epoca dei social l’arte è diventata una sorta di clava sociale; la gente che non può permettersi di comprare l’arte va nei luoghi dell’arte, si fa dei selfie e partecipa così a un rituale che, non avendo una sua valenza specificamente contenutistica, è sostanzialmente ludico. Questa dinamica va a sminuire il ruolo dell’arte?

Sophie: Credo che in qualche modo sia sempre stato così: in ogni epoca le persone hanno sempre cercato di appropriarsi delle opere d’arte. Adesso le persone si fanno i selfie. Prima c’erano andava di moda comprare cartoline e t-shirt: semplicemente sono cambiati i mezzi. Ma penso comunque che sia una cosa positiva: io lavoro per la maggior parte del tempo in aree pubbliche e quindi devo sempre fare i conti con il giudizio immediato e spontaneo della gente che giudica i miei lavori.

Alessandro: Il problema non è il selfie. Il problema è quando l’arte viene fatta per il selfie diventando un fatto narcisistico da parte del fruitore e meramente estetico e formale e da parte dell’artista. Si rischia di perdere quel legame diretto e covalente con la società e quello che sta accadendo.

Sophie: L’aspetto positivo del mondo di oggi è che permette agli artisti di creare opere senza bisogno di soldi o attraverso fundraising, ed è per questo che è più collegata con il mondo reale, con la popolazione. Adesso conosciamo modi e livelli diversi di essere artisti. Sicuramente è più facile comunicarci e farci conoscere all’esterno.

Sophie Guyot e Mattia Vacca

Sophie Guyot e Mattia Vacca

Alessandro: L’arte negli anni Novanta condivideva con quella dei nostri giorni una sorta di superficialità. Ma gli anni Novanta forse lo permettevano perché era un momento storico in cui sembrava che quasi tutto andasse bene. Ridursi ad un discorso prettamente estetico ora a me sembra una follia. L’arte ha un dovere di portare avanti dei temi o semplicemente è un fatto espressivo? E nel momento in cui un’espressione individuale diventa collettiva ottiene un valore politico?”

Sophie: L’arte non ha doveri. Credo che, come artista, tu debba sentire di non avere doveri, è importante sentire la libertà di dire quello che vuoi e porre domande su quello che tu senti sia importante. Il modo migliore per essere artisti in questo momento sociale credo davvero sia quello di riuscire a porre degli interrogativi e far riflettere piuttosto che dare delle risposte. L’arte è un link maker tra le persone e ha un ruolo di testimone. E poi ha il potere di offrire dei punti di vista differenti, che la gente non vede o non vuole vedere. Credo sia essenziale porsi questa domanda ma non può esserci una risposta.

Alessandro: L’artista ha delle responsabilità, specialmente in questo momento storico?

Sophie: Essere artista è effettivamente un lavoro, e in quanto tale va fatto in maniera corretta e appropriata. Il senso di responsabilità è intrinseco. L’artista dice cose e fa domande. Ma non svolge solo un lavoro di critica e di ammonizione: a volte regala gioia e speranza.

Mattia Vacca

Mattia Vacca

Alessandro: Entrambi avete presentato al festival delle opere direttamente collegate al tema delle migrazioni, un tema che è una faglia sulla quale si fonda il futuro della società mondiale. Come può l’arte avvicinarsi a questo argomento così colossale e scottante?

Mattia: Credo che sia più importante domandarsi cosa l’arte non deve fare. è giusto che in alcune situazioni l’arte provochi ma non bisogna mai dimenticare l’etica. Shockare in maniera forzata e stupida non credo che serva. Ci sono modi molto più sottili e intelligenti per attirare l’attenzione e far riflettere e suscitare delle emozioni di fronte ad argomenti difficili.

Alessandro: Immaginare un’arte legata in doppio filo e in modo invalicabile all’attualità porti con sé il rischio dei professionisti dell’assenso, artisti che in parte si costruiscono le proprie carriere sulle tragedie e non tanto sulla problematizzazione ma solo sulla rappresentazione e estetizzazione.

Dal pubblico: Quanto è importante, oggi, il riconoscimento di un mezzo ufficiale come un giornale quando si può arrivare direttamente arrivare a un editore?

Mattia: È ancora più essenziale. Oggi tu puoi riuscire a mostrare le foto ai tuoi idoli, alla tua cerchia facilmente e ottenere visualizzazione e consensi. Ma non stai svolgendo il tuo ruolo, che è quello di far uscire il tuo lavoro e poterlo fare arrivare a tutti per mostrare cosa realmente succede nel mondo. Per me è fondamentale che una storia venga pubblicata. Ho sempre visto l’arte un po’ di nicchia, ma io sono un fotogiornalista ed è diverso. Avere un grande pubblico, il riconoscimento editoriale è l’unica cosa che ci salva, l’unica cosa che dà un senso al nostro lavoro.

Dal pubblico: Ultimamente si parla molto della privatizzazione come necessità per far funzionare meglio il museo. Quanto in Italia questo discorso può funzionare?

Alessandro Ronchi

Alessandro Ronchi

Alessandro: In italia il museo è quasi solo arte antica mentre l’arte contemporanea è quasi solo privato. Il privato può mettere soldi e cercare una direzione più contemporanea, interessante, viva, o quanto meno andare a colmare questa lacuna. Al contrario, il rischio, è che questi luoghi diventino delle cattedrali, dei santuari dell’arte, come difatti sono, ma dei santuari dell’arte come status symbol, come luoghi di clava sociale dove ci vanno i fighi per far vedere che sono fighi, e non dei luoghi dove si studia e si fa ricerca.

Dal pubblico: Cercare di costringere l’arte all’interno di ruoli e funzioni non è quello che serve però forse il compito dell’arte si porta a termine in un lunghissimo periodo. Non per forza l’arte è qualche cosa che accade e che succede, ma ha una scansione temporale e una prospettiva di lungo periodo. Ed è per questo che poi può essere faticoso seguire i suoi processi e le sue evoluzione, e arriva quindi a provocare uno scollamento: è perchè non si ha un ritorno immediato. L’arte è per chi fugge dalla riflessione, e il continuare porre delle domande a delle persone.

Alessandro: Forse quello che può essere un ruolo, che credo però si possa percepire non solo sul lungo periodo ma anche sul breve-medio, quindi è agire sul clima di opinione, e far si che una persona possa cambiare idea o arricchire la sua opinione.

(Foto di Samuel Saibeni)

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