8208 e Punto zero: luci e suoni del Lighting design festival

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Dall’alto del campanile di San Salvatore i rintocchi delle campane che suonano a vespro si diffondono nell’aria pungente di inizio novembre. La facciata di Villa Olmo è delicatamente illuminata di blu e viola; della gente che comincia a riempire il cortile adiacente si vedono solo ombre, di chi si appresta a seguire l’attesa performace si sentono solo i passi polverosi sulla ghiaia: qui riuniti per assistere all’inaugurazione di 8208 Lighting design festival, tre settimane di eventi, installazioni, mostre e incontri con esperti e artisti per celebrare la bellezza estetica e l’essenzialità della luce. Alla faccia di tutti quelli che dicono che Como, finita l’estate, si spegne.

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Villa Olmo ospita la live performance Punto Zero di Otolab, un’esperienza, come promettono gli autori, sensoriale immersiva. Il pubblico attende nell’atrio di prendere posto nella grande sala adibita per l’evento. Qui sono sistemati 24 paletti che disegnano una grande circonferenza; alla sommità delle aste è fissata una forte luce bianca rivolta verso il centro. Sulle sontuose pareti adornate di specchi, dipinti e rilievi trovano spazio otto audio diffusori. Il pubblico entra nella sala a gruppi e si fa spontaneamente circondare dall’ambiente artistico rimanendo in attesa che lo spettacolo cominci. Non serve che nessuno richiami all’ordine o il silenzio perchè è la performance stessa che cattura l’attenzione cominciando con delle lente pulsazioni luminose che precedono alcuni secondi di buio totale. E da questo attimo si inizia, si da il via a un viaggio fantasy, una dimensione onirica e surreale, si entra in un tunnel psichedelico e a tratti claustrofobico.

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Le pareti si illuminano con intermittenze variabili e confuse a cui si affiancano suoni che si sincronizzano dando forza e veemenza in modo a volte congruo e a volte inaspettato. La luce si percepisce con la forma geometrica di piccole sfere che si disperdono e si rincorrono sprigionando un’energia che appare solida e tangibile. I suoni sono brusii e ronzii, sporchi e disturbanti che diventano spari, poi tamburi e infine temporali maestosi, vortici impazziti. A volte sono i rumori che sembrano essere scaturiti dai rimbalzi bianchi che scappano per la sala e lasciano per la sala echi cristallini; a volte è la luce che sembra essere generata dal variare stridulo delle frequenze che si susseguono sorde e acute e che catalizzano il pubblico. Gli equilibri nascono e si spezzano precipitosamente; il ritmo incalzante puntualmente si rompe, diventa elettrico, da la scarica di un lampo e poi torna ad essere frenetico e apocalittico. Luci e suoni si fondono creando spirali e centrifughe che stordiscono, attanagliano e schiacciano gli spettatori inerti verso l’interno.

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Gli sguardi cercano appigli sicuri fermandosi sulle pareti che diventano molli e su cui i marmi si contorcono e deformano con giochi di ombre ipnotici. Melodie che ricordano le note di uno xilofono si tramutano in suoni che assomigliano a scoppiettii di bracieri ardenti che poi diventano scintille e infine si elevano in fuochi d’artificio. Si assiste a una danza psicotica, esasperata, che tende a una rincorsa, a uno slancio, che cerca una pace che sa che non troverà. E poi tutto tace in un grande respiro scandito da battiti profondi. Rassegnazione, sfinimento e attesa. Lo spettacolo è finito e il pubblico rimane spaesato e si appresta a uscire da un ambiente disturbante che lo ha fatto sentire inadeguato.

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Allora alla tensione si sostituiscono sorrisi distesi e sguardi compiaciuti. Io rimango scettica di fronte a una performance a cui ho assistito ragionando, piuttosto che sentendo, di cui ho percepito intenzioni e provocazioni, ma che poco mi è entrata sotto l’epidermide, che non è riuscita a farmi vibrare i nervi giusti, a farmi davvero spegnere la coscienza e abbandonare i sensi al tumulto estetico. Fuori dalla villa ora la gente può riposare retine e timpani sotto un cielo nero e nuvoloso, opaco come un carboncino che contrasta con le acque luccicanti del lago: Como decora l’insenatura del suo ramo con il riflesso dei brillii delle sue piazze, delle chiese e del molo: per me il miglior spettacolo di luci, mozzafiato e permanente, rimane sempre questo.

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(Foto di Andrea Butti / Pozzoni)

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