Wallah, Je te jure: un grido dall’Africa

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«Quella donna rimasta nel suo Paese ad attendere il marito è una nuova Penelope e mi piacerebbe che tutti noi iniziassimo a pensare a questi uomini che partono, senza certezza di arrivare o di tornare, fossero considerati dei nuovi Ulisse». Questo l’augurio di Marcello Merletto, il regista di Wallah – Je te jure, proiettato lunedì sera al Cinema Astra durante la serata organizzata da Caritas, Ufficio missionario diocesano e Pastorale Migranti, e coordinata da Rossano Breda e Michele Luppi.

Il regista Marcello Merletto durante le riprese

Un progetto, quello del film di Merletto, realizzato insieme al giornalista Giacomo Zandonini: i due hanno raccontato, dopo la proiezione, cosa li abbia spinti ad andare in Niger e in Senegal, quali domande si siano posti e quali risposte abbiano ottenuto. Il docu-film mostra, attraverso le testimonianze di uomini e donne di diverse nazionalità, quali sono le motivazioni che li hanno costretti a partire, quali difficoltà hanno incontrato, quali sogni speravano di realizzare e quante sono le delusioni incontrate. Alcuni riescono a sopravvivere e a arrivare, alcuni si fermano durante il viaggio, altri ancora tornano e cercano in ogni modo di convincere altri a non ripetere la loro esperienza.

Nel ghetto di Agadez

Già, perché questo viaggio vuol dire incontrare la violenza, la povertà, rimanere senza soldi, bloccati perlopiù nei ghetti – come quello di Agadez – dove i trafficanti smistano i viaggiatori: le stime parlano di 2.500 persone al giorno in partenza. I trafficanti stessi non sono quasi mai riconosciuti come tali, bensì considerati alla stregua di agenti di viaggio che porteranno questi uomini e queste donne verso mete spesso mitizzate.

Hassimiou, uno dei protagonisti del film

I trafficanti stessi, evidentemente, non si considerano malviventi bensì specialisti ed esperti conoscitori dei territori – in primis del deserto – per cui possono facilmente evitare qualunque tipo di controllo e condurre lungo la rotta prestabilita i grossi pick-up dove i migranti vengono stipati. Attraverso le parole dei protagonisti e le immagini mozzafiato gli spettatori sono stati coinvolti intimamente nell’esperienza del viaggio di chi parte e nella sofferenza di chi resta ad aspettare o di chi, purtroppo, non aspetta più.

Inquinamento a Niamey

Le immagini delle coste senegalesi, delle strade di Dakar, del mercato – forse io e le mie amiche abbiamo riconosciuto anche Rufisque – mi hanno riportato alla mia personale esperienza di volontariato, che mi ha fatto certamente conoscere quelle realtà ma solo lontanamente e in minima parte comprendere la difficoltà di chi decide di intraprendere questo viaggio e l’immane numero di persone coinvolte. La serata ha permesso a chi non conosceva nulla di ciò di aprire gli occhi ma è servita, senza dubbio, anche a chi pensa (o pretende) di conoscere queste storie di essere davvero un po’ più consapevole.

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