Una notte nell’Arena delle streghe

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Chi me lo fa fare? mi sono chiesto circa duecento volte prima di comprare il biglietto per La notte delle streghe, la maratona notturna di film horror proposta dal Lake Como Film Festival all’Arena del Teatro Sociale. Mi annoierò a morte, non mi reggerò più in piedi, tornerò a casa con un principio di ipotermia… Eccetera. Ci vorrà poco tempo a farmi cambiare idea. La prima proiezione inizia alle nove e mezza; di lì a breve mi ritroverò catturato, avvinto da questa girandola di maledizioni, spettri, incubi, patti col demonio e, naturalmente, streghe – un sacco di streghe.

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The witch, film del 2015 dell’esordiente Robert Eggers che apre la nottata, ci proietta da subito dentro uno scenario claustrofobico e opprimente. Una famiglia di puritani si allontana dalla comunità per andare a vivere in mezzo a un bosco, «più vicina al Vangelo». Ma quando l’ultimogenito (appena neonato) scompare nella selva, la rabbia dei genitori si rivolge verso la figlia più grande, Thomasin, inizialmente solo osteggiata, poi accusata di stregoneria dalla madre e dai due fratellini… L’elemento soprannaturale è presente e il Diavolo in persona farà la sua comparsa. Ma ciò che rende davvero angosciante The witch è il mondo in cui ci immerge; quello di un nucleo familiare schiacciato dalla superstizione, dalla paranoia e dalla religiosità esasperata, in cui la catastrofe finale appare quasi liberatoria.

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Poi, dopo una pausa in cui il teatro offre una spaghettata di mezzanotte, The other side of the door, di Johannes Roberts, che rispetto al gioiellino precedente appare un passo falso. Una donna inglese trasferita in India viene a sapere di un tempio ove potrà parlare con il figlioletto morto annegato. Ne udirà la voce da dietro una porta, che assolutamente non deve aprire. Inutile dire che trasgredisce al divieto e che lo spettro del bimbo torna, ma in versione malvagia e inquietante. Tutto sommato, una galleria di stereotipi; scorrevole, ma nulla più.

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Si cambia decisamente musica con Drag me to hell di Sam Raimi. Christine, impiegata presso una banca, rifiuta una proroga a un’anziana zingara che, per vendicarsi, le scatena contro un demone. Ma questa trama stereotipatissima è solamente il canovaccio su cui Raimi tesse una serie di di assurde, demenziali peripezie. Il caso e il caos sono i veri motori della vicenda, l’humor nero il registro prediletto; le battute e le gag si susseguono a un ritmo forsennato, il film è divertentissimo, grottesco fino all’estremo, pieno di una verve che non cala nemmeno per un secondo. Il film forse più bello della nottata è forse quello su cui si può dire di meno, se non; guardatelo! Riderete fino a star male. Azzeccatissima, peraltro, la scelta di proiettarlo a quest’ora, perché il film diverte e – detto brutalmente – ci tiene svegli (cosa non così scontata alle tre di notte), pronti per The blair witch project, film cult realizzato nel ’99 dalla coppia di esordienti Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez.

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L’idea alla base del film è semplice quanto efficace. Tre studenti decidono di recarsi nel Maryland per girare un documentario sulla Strega di Blair, leggendaria fattucchiera locale che avrebbe commesso numerose violenze contro dei bambini nel XVIII secolo, e che avrebbe poi ispirato le gesta di un serial killer all’inizio del ’900. I ragazzi si avventurano nel bosco in cui sono avvenuti i delitti, ma ben presto si perdono e si rendono conto di essere inseguiti. Tutti e tre troveranno la morte (questo non è uno spoiler, lo spettatore ne è informato da una didascalia all’inizio del film).

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Il film è girato in modo da sembrare una raccolta di videoregistrazioni lasciata dai protagonisti; espediente oggi sfruttatissimo, ma che all’epoca fece un grandissimo effetto. Il vero punto di forza del film, però, sta nella scelta di non mostrare mai l’assassino; i tre ragazzi lo sentono, lo intravedono, ma quello che di fatto noi vediamo sono solo le loro reazioni, via via più isteriche e terrorizzate, mentre il cerchio si stringe intorno a loro.

http://i1007.photobucket.com/albums/af200/cmcolin/The%20Blair%20Witch%20Project/blair-witch-project-1544861_zps297689db.jpgQuando la maratona si conclude verso le cinque, dopo quasi sette ore di cinema, sono decisamente felice di essere rimasto fino alla fine, eccitato e entusiasmato dalla verve, dalla fantasia e dall’intelligenza con cui sono stati declinati più e più volte gli stereotipi dell’horror. La bellezza del cinema di genere, dopotutto, sta anche in questo; nella creatività e nell’inventiva con cui si rinnovano situazioni che credevamo già note e personaggi che pensavamo consunti, e al tempo stesso nella capacità di aprirci un altro mondo e di farci credere a storie assolutamente inverosimili.

Finché verranno prodotti film come The witch o Drag me to hell potremmo dire che questo compito è stato assolto, che le streghe sanno davvero volare e che l’horror, fortunatamente, è più vivo che mai.

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