Un bacio per riflettere con il Cinema italiano

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Il Festival del Cinema di Como è finito e, dopo un paio di giorni di decompressione, ne sento già la nostalgia. Sono state tante le emozioni provate, tante le storie “vissute”. I primi cinque film classificati hanno avuto medie superiori all’8 e lo scarto di voti è stato minimo: Un bacio ha trionfato e io ne sono stata felicissima. Non solo per la bellezza del film in sé, ma perché il messaggio che trasmette è fondamentale ed è evidentemente passato, in maniera molto forte. Un film “problematico”, come lo ha voluto definire Rimau Grillo Ritzberger, uno dei tre giovani protagonisti, ritirando il premio.

Rimau Grillo Ritzberger premiato per Un bacio e applaudito da Marco Bellocchio

Durante il suo intervento alla proiezione serale anche Ivan Cotroneo, regista nonché autore del romanzo da cui è tratto il film, ha sottolineato questo aspetto e spiegato che il suo intento era fare un film “spaventoso”, che arrivasse dritto al cuore non solo dei ragazzi ma anche e soprattutto degli adulti. La sensazione, a giudicare dalle reazione al termine delle proiezioni, è che ci sia riuscito appieno. A dispetto del trailer, che forse poneva l’accento sui suoi aspetti più leggeri, la storia che viene raccontata è insieme drammatica e divertente, spensierata e cupa; i tre protagonisti emergono da una sorta di limbo e paiono venire alla luce, iniziando finalmente a sorridere, a vivere.

Ivan Cotroneo

«A sedici anni – scrive la protagonista femminile Blu alla se stessa futura – ogni giorno la vita fa ugualmente schifo»: parole comuni, in una fase della vita tanto delicata, che a volte svelano un disagio più profondo. Lei stessa, però, scriverà «l’amicizia ti salva»: così dovrebbe essere e così sembra essere, per buona parte della storia. Non a caso l’epilogo prevede una doppia via, un’alternativa che ci sia auspica sia sempre possibile; la realtà è dura, il film è ispirato a un drammatico fatto realmente accaduto negli Stati Uniti. Cotroneo però vuole a tutti i costi dimostrare di avere ancora speranza e fiducia nelle persone – giovani e non – e chiude il suo film su una bellissima inquadratura di Blu, Lorenzo e Antonio che sorridono e si abbracciano.

Fiorella Infascelli e Paolo Lipari

Il pubblico più adulto presente in sala alla prima proiezione ha colto tutto questo, gli studenti che hanno assistito a quella del mattino seguente ancora di più. Gli stessi ragazzi a cui, la mattina di sabato, si sono rivolte la regista e l’art director di Era d’estate. Già, perché il Festival del Cinema a Como coinvolge moltissime scuole e questo consente un punto di vista molto ampio. Lo scorso sabato mattina erano un po’ meno numerosi, gli studenti in sala, ma questo non ha impedito un bel confronto tra alcuni di loro, i docenti e le ospiti. La chiacchierata ha toccato molti aspetti, primo fra tutti la spiegazione dell’attività di Falcone e Borsellino durante la preparazione del maxi processo: un’ “impresa” che, per questioni forse non solo anagrafiche, non tutti i ragazzi conoscevano. L’attenzione si è spostata poi sulla visione più intimistica di due personaggi troppo spesso ritratti solo nell’aspetto pubblico: il film di Fiorella Infascelli cerca di raccontare proprio la dimensione familiare e affettiva che Borsellino riacquista e Falcone – più solitario e dedito al lavoro- scopre.

Era d’estate: l’incontro con il pubblico

Qualcuno dei più attenti ha colto come il mare sia non solo sfondo della storia, che è ambientata sull’isola dell’Asinara e nella foresteria dove realmente soggiornarono i due magistrati: le onde, il colore dell’acqua risentono degli stati d’animo e rispecchiano le emozioni dei protagonisti. Qualcuno dei ragazzi sembra assente e Paolo Lipari coglie l’occasione per invitare tutti a prestare attenzione, perché l’attenzione è necessaria per vivere i film ma anche le persone. L’art director prosegue e chiede ai ragazzi se si sono emozionati, come il film si proponeva di fare; la reazione tiepida di alcuni è lo spunto per invitarli a non distrarsi; non solo nella specifica occasione e, magari, per via dei telefonini, ma più in generale nella vita e nella ricerca del loro “posto”. Proprio come la regista è voluta partire da un’idea originale, così i ragazzi (e non solo loro) devono puntare, nella vita, ad avere e creare un progetto non banale, che non li omologhi.

Paolo e Francesca Lipari

Il Festival è stato anche questo, una riflessione tra generazioni che si osservano e si scambiano dubbi, idee, insegnamenti. Questo Festival è stato davvero, come aveva promesso Francesca Lipari, il più bello di sempre. Io sono già in attesa della prossima edizione e intanto leggo la programmazione dell’Astra per i prossimi mesi: il festival è terminato ma il cinema è sempre aperto.

(Foto di Carola Scandella)

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