Salviamo l’Astra, il cinema dei ricordi

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L’Astra è sempre stato uno dei miei cinema preferiti, ho visto qui Fantasia, Il re leone e molti altri film Disney. Ricordo i biglietti che si usavano una volta: piccoli, di carta leggera, con la scritta Siae. Una volta, sovrappensiero, avevo strappato il mio prima ancora di prendere posto, con il risultato che per il primo quarto d’ora avevo l’ansia che la maschera mi rimproverasse. Era alla proiezione di Vi presento Joe Black – l’unica a cui ho assistito dalla galleria, ché ho sempre preferito la platea: la visuale è sempre stata chiara, anche se da piccola dovevo sedermi sulla giacca. Ricordo anche quando, durante il liceo, scendendo a Como con l’autobus, avvistavo l’insegna del cinema e il titolo del film in programmazione, scritto con quelle grandi e inconfondibili lettere che ho sempre avuto la curiosità di vedere da vicino. Da grande ho incominciato ad andarci in bici, all’Astra, e lo faccio tuttora: svoltare l’angolo dopo San Bartolomeo e vedere la luce che illumina l’entrata mi dà sicurezza, ogni sera. C’è un motivo in più, anche per chi non è affezionato a questa sala: il Festival del cinema italiano, che si è appena concluso.

L’Astra sold out durante il festival

Qui si scoprono veri e propri gioiellini, si vedono film che non sono ancora stati distribuiti, che non si sa ancora se lo saranno o che invece lo sono stati ma magari sono rimasti in programmazione per poco. Ci sono anche film di maggior successo, di cui è possibile incontrare registi, sceneggiatori, attori. Ci sono film emblematici, come L’Universale, storia del famoso cinema di Firenze chiuso nel 1989: «Il bello dell’Universale era il pubblico», dice il protagonista. Il regista Federico Micali, ospite martedì scorso, lo ha confermato rivolgendosi a noi, che abbiamo riempito la sala. Aggiunge che con lo schermo bisogna anche parlarci, ogni tanto, e che il cinema di una volta era fatto anche di questo: di chiacchiere, di commenti dopo ma anche durante il film («Pubblico pagante, pubblico parlante»). Niente di più vero, anche oggi: c’è qualcosa di speciale nel passare un pomeriggio al cinema, andarci di sera, incontrare gli amici e dopo la proiezione andare a bere qualcosa per poi tornare a casa ripensando alle storie, alle persone e ai paesaggi che abbiamo conosciuto e incontrato sullo schermo. In alcune sale passano e crescono intere generazioni che portano e incontrano la storia di un paese o di una città; la rivoluzione culturale del Paese è passata e passa anche da lì. Quasi come se il cinema fosse un soggetto politico, ed è questa consapevolezza che ha animato la petizione dell’Associazione Sguardi rivolta al sindaco di Como e che anche Bibazz ricorda. È su Avaaz.org, raggiungibile a questo link e l’hanno firmata anche gli ospiti di questa dodicesima edizione del festival. Anche loro hanno speso parole per l’Astra. Ascoltiamole.

Molti cinema storici hanno già chiuso, in città, sarebbe davvero poco lungimirante far scomparire anche quelle che restano e che arrancano ma resistono. L’Universale non è il solo film che ha colpito la platea: è stato lo stesso con Fiore, acclamatissimo insieme alla protagonista Daphne Scoccia – madrina del festival, e con Asino vola di Tripodi e Forte. La ragazza del mondo ha stimolato profonda riflessione su una comunità religiosa vicinissima e allo stesso tempo quasi sconosciuta, quella dei Testimoni di Geova. In altri casi si trovano delle conferme, come Un bacio di Ivan Cotroneo, ospite affezionato: io l’ho scoperto qualche anno fa proprio grazie al Festival, con La Kriptonite nella borsa. E, quest’anno, ha vinto a furor di pubblico. Come ha detto Paolo Lipari durante una delle serate, nell’edizione di quest’anno la programmazione pare muoversi tra spazi chiusi e spazi aperti, a ritmo regolare: dal fiume del documentario di Soldini al carcere di Fiore, dagli spazi aperti della Calabria di Asino vola alla sala della fabbrica di 7 minuti, dalla montagna de La pelle dell’orso di Matteo Righetto alla sala delle adunanze del film di Danieli. Quasi come il ritmo di un polmone, che dà aria al pubblico e dal pubblico la prende ma che ha bisogno, a sua volta, di ossigeno.

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