Noi, i neri al cinema

noi-i-neri-sullo-schermo
0 644

Un film sull’immigrazione, realizzato in questi anni, in questi giorni, senza fare sconti a nessuno. È Noi, i neri di Maurizio Fantoni Minnella, apprezzato documentarista, in proiezione mercoledì 17 maggio allo Spazio Gloria di via Varesina 72 alle 21. «Il film che proponiamo mostra l’immigrazione da un’angolazione singolare – spiega l’autore – ossia non attraverso le immagini degli sbarchi, dei luoghi di detenzione temporanea, tanto care all’immaginario giornalistico televisivo, ma cogliendo le vite dei migranti in una zona grigia, una sorta di limbo sospeso tra la tragedia dell’arrivo e l’illusione e la speranza di una vita nuova. Filo conduttore del film sono le storie di Lamine, senegalese del Casamance, fuggito dal suo paese per ragioni politiche, novello scrittore, poeta e attualmente disoccupato, e di Valentine, giovane cantante e musicista congolese che vive con la madre anziana e sogna di diventare un grande artista africano, che si alternano alle vite di giovani profughi africani fuggiti dalla guerra, riuniti in alcuni appartamenti, in attesa di una nuova vita. Di essi vengono colti i tempi morti durante le sere: cellulari, televisione, brevi conversazioni, andirivieni per strada e molta solitudine. Ma anche la volontà, spesso illusoria, di conoscere una nuova lingua in un paese nuovo. Oppure di mettere in scena uno spettacolo di ballo e di canto in cui rappresentare in senso catartico la propria storia fatta di tragedia e di speranza. L’azione successivamente si sposta nell’isola di Goree in Senegal, simbolo dello schiavismo storico, memoria dell’olocausto africano e oggi luogo di pace, e nella città di St.Louis, da cui ancora oggi, partono navi cariche di Africani verso l’Europa, in una nuova, più ambigua e sofisticata forma di schiavismo. È un viaggio all’origine del disagio e dell’idea di emigrazione, di fuga che ha come contrappunto l’attività di alcune ong che, ad esempio, offrono l’opportunità alle donne africane di lavori in diversi ambiti. Perché fuggire rischiando la propria vita se è possibile costruirsene una nuova nella propria terra?».

Alle moltitudini di migranti che, dopo aver attraversato deserti e mari e avere guardato in faccia la morte dei propri compagni, giungono qui dove siamo noi che non smettiamo più di guardarli, si schiude finalmente il paradiso a lungo sognato, ossia l’Europa, l’Occidente. Ma ogni paradiso è preceduto da un limbo da attraversare e con il quale misurarsi, giorno dopo giorno, come in un rituale quotidiano di cui non sono ancora chiare modalità e confini. Un limbo fatto di case di ringhiera e ballatoi, di alloggi in anonimi condomini, che un tempo furono di altri emigranti, ma anche di tempi morti, pause di riflessione, gesti normali, ripetitivi come guardare la televisione, mangiare o leggere dallo schermo di un computer. Accanto a questi troviamo altre figure di migranti più integrati, forse, ma anch’essi in attesa che qualcosa succeda e cambi la loro esistenza.

Lascia un commento