Nico 88, declino e morte di un’icona per Essai

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Nico 1988 è in cartellone lunedì 13 novembre per la rassegna Essai dell’Uci Cinemas di Montano Lucino. Susanna Nicchiarelli dirige, nel ruolo da protagonista, Trine Dyrholm che interpreta Christa Päffgen, in arte Nico. Donna dalla straordinaria bellezza, musa di Andy Warhol e chanteuse dei Velvet Underground, con l’inizio della carriera solistica si riappropria della sua complessa personalità e ricostruisce  il rapporto con il figlio durante gli anni Ottanta, periodo dei suoi ultimi tour. Il film è stato presentato nella sezione Orizzonti, rassegna che ha anche aperto, della 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Doppia proiezione alle 18 e alle 21, ingresso a 5 euro.

Nico, 1988 (Italia, Belgio, 2017, durata 93 minuti) di Susanna Nicchiarelli con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Sandor Funtek II e Thomas Trabacchi

Non è la mannequin che impreziosiva le riviste di moda e le copertine di dischi jazz dei tardi anni Cinquanta, fino a garantirsi un’apparizione nel film che incarna tutto un decennio, La dolce vita di Fellini. Non è neppure la chanteuse che Andy Warhol inserì tra le superstar della sua Factory imponendo la sua figura altera, bionda, inevitabilmente teutonica, bellissima ai brutti, sporchi e neri Velvet Underground, creando un contrasto visivo che ben trovava riscontro anche nelle tre canzoni che Lou Reed le permise di cantare.

Nico, Andy Warhol e i Velvet Underground: Moe Tucker, Lou Reed, Sterling Morrison e John Cale

E di certo non è l’impenetrabile valchiria di una musica che solo le convenzioni possono definire rock, che negli anni Settanta farciva i suoi (pochi) dischi dei gonfi suoni dell’harmonium, increspandoli di pochi, sapienti spunti strumentali di John Cale e qualche ambientazione garantita da Brian Eno per sostenere il suo salmodiare. No. Quella ritratta da Susanna Nicchiarelli nel film Nico, 1988, presentato e applaudito alla Mostra del cinema di Venezia e, alla fine, Premio Orizzonti per il miglior film, è una donna che ha un passato remoto illustre, ma anche tante cadute da dimenticare. Si sta disintossicando, sta cercando di rimettere in piedi la sua vita e la sua carriera ignorando che, di lì a poco, sarà tutto finito. Perché Christa Päffgen, in arte Nico, si spegnerà il 18 luglio del 1988, a 49 anni, vittima di una banale crisi cardiaca che la coglie mentre sta andando tranquillamente in bicicletta durante una vacanza a Ibiza con suo figlio, Ari, avuto da Alain Delon (perché, dice la leggenda, poteva concepirlo solo con l’uomo più bello del mondo).

Nico attraverso i decenni, dagli anni Cinquanta agli Ottanta

È una figura tragica, la sua, quella di una donna dalla bellezza abbacinante che trascorrerà gran parte del suo tempo a distruggere quello che madre natura le aveva regalato e che, già in tenerissima età, la vide vittima di uno stupro. Era nata a Colonia, nel pieno della follia nazista che stava portando a una guerra che la bambina e la madre trascorsero nei boschi vicino a Berlino, dove si trasferirono appena chiuso quel conflitto che, assieme alla coscienza della Germania, si era mangiato anche il soldato Hermann Päffgen. È un sergente americano a usarle violenza, appena quindicenne, e l’anno successivo, dovette sembrarle una sorta di riscatto l’attenzione professionale del celebre fotografo di moda Herbert Tobias che le creò un’immagine e le diede anche il soprannome Nico, perché all’epoca usciva con il regista greco Nikos Papatakis. Diventa un habitué delle copertine e Coco Chanel vorrebbe farne il volto ufficiale della sua maison, ma Nico preferisce trasferirsi negli Usa, dove appare in un filmetto con Mario Lanza e Zsa Zsa Gabor. Piace ai registi europei: Lattuada la vuole per La tempesta, Fellini la infila nella scena della festa dei nobili del suo capolavoro e il francese Jean Becker le assegna un ruolo più cospicuo in Quello che spara per primo, dove “quello” è Jean Paul Belmondo.

Sul set de La dolce vitaNico Otzak fra l’aiuto operatore Ennio Guarnieri e Federico Fellini (Foto di Arturo Zavattini)

Ma, nonostante qualche lezione all’Actor studio, Nico non è un’attrice. E di certo non è una cantante: ha una voce roca, bassa, quasi maschile e, anche se parla diverse lingue, il suo accento tedesco è fortissimo. Così un 45 giri registrato per gioco (quando a giocare erano personaggi come Jimmy Page e Brian Jones) non ha successo mentre la musica stridente dei Velvet Underground le si addice. In un primo disco che la vede, fin dal titolo, staccata dal resto del gruppo, sue sono le due canzoni più tranquille, Femme fatale e I’ll be your mirror, costruite su misura come l’abrasiva All tomorrow’s parties. E allora, nonostante Warhol la collochi nei suoi imperscrutabili film d’arte, Nico sceglie di essere musicista. Il suo esordio Chelsea girls è bellissimo, ma rinnegato negli anni. La trilogia impenetrabile di The marble index, Desertshore e The end… la rappresenta di più così come le copertine, che la vedono sfiorire: i capelli scuri, il fisico sempre più gonfio, provato dalle dipendenze e da una vita di eccessi. Nel decennio successivo pubblica solo il tormentato Drama of exile e il gelido Camera obscura. Il resto è fatto di session rimaste nei cassetti e concerti altalenanti, fino alla fine giunta quando uno spiraglio di luce aveva squarciato quel buio. Un’ingiustizia poetica cui una regista sensibile e intelligente come Susanna Nicchiarelli regala un riscatto che ha il volto di Trine Dyrholm, come a rispondere alla domanda che Nico poneva in Sixty forty: «Ci sarà un altro tempo?».

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