My friend Tenzin Norbu, il nuovo film di Alberto Anzani all’Astra

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Non si è ancora placata l’eco del festival Il cinema italiano e lunedì 6 febbraio alle 20.30 l’Astra è già pronto a ospitare un nuovo film italiano, italianissimo, anzi… comasco, ma anche internazionale. È My friend Tenzin Norbu, diretto da Alberto Anzani e presentato a Locarno alla presenza del lama, artista e pittore himalayano Tenzin Norbu a cui il lungometraggio è, appunto, dedicato. Non si tratta di un documentario, ma di una fiction in cui il protagonista, «Enrico, conosce Norbu mentre affresca all’aperto un tempio buddhista in occasione di una spedizione di trekker svizzeri nella valle di Panzang nell’alto Dolpo, nell’Himalaya del Nepal, terra natia dell’artista – spiega Anzani – Dal loro incontro nasce una profonda amicizia e l’impegno a sostenere un progetto educativo e sanitario per la valle che perdura tutt’oggi. Il lungometraggio, scritto e diretto da Anzani, ripercorre questo incontro fra quelle montagne e il viaggio del campo medico itinerante che viene organizzato ogni anno dall’associazione Amici del Dolpo. Da Katmandu al confine con il Tibet, ora Cina, l’autore ha filmato la carovana di uomini e animali superando passi sopra i cinquemila metri sino al villaggio di Ting-Kiu, dove Norbu ritorna sempre per trasmettere ai giovani i valori che caratterizzano nella sua peculiarità l’alto Dolpo, un unicum nel panorama culturale tibetano». Questa coproduzione italo – svizzero – nepalese è stata scritta da Jan Lane e Enrico Bonfanti e interpretata da Martine Borioli, Beppe Savary, Kunga Lama, Dawa Gurung, Haridev Pathak, Santos Giupta e Dolpo Tolku Rinpoche. L’incasso della serata (ingressi a 5 euro) sarà devoluto a favore dei bimbi dell’Himalaya assistiti dal progetto. Per Anzani, scrittore, autore di sei romanzi, si tratta del terzo lungometraggio dopo Sul confine e Jogo duplo.

Il regista Alberto Anzani in Nepal

«Il vento muove migliaia di preghiere cucite sulle bandiere colorate tibetane, appese a muri di pietre. Gli occhi profondi di Tenzin Norbu scompaiono durante la preghiera, tra candele e incensi. Sono seduto accanto a lui in un monastero quasi inaccessibile che ha oltre seicento anni di storia buddhista, nell’Himalaya del Nepal, a quattromila chilometri di altitudine. Davanti alla cinepresa Norbu, dopo una cerimonia sacra, racconta la sua storia: monaco, lama, pittore, oggi artista di fama internazionale. Ha conosciuto gli alberi solo a diciassette anni, scendendo dalla sua valle, portato a Kathmandu da un fotografo del National Geografic. Ragazzo dal talento prodigioso, non ha smesso i panni del monaco umile, mantenendo dignità e fierezza dei Dolpo-pa, gli abitanti del Dolpo, mercanti di sale, di yak e di cavalli, infaticabile nell’aiutare la sua gente ad avere una vita migliore. Ha viaggiato in ogni continente ed esposto le sue tele, di rara bellezza, nei più ambiti musei del mondo. Dal suo sguardo si intuisce che la sua pace interiore si rigenera nella sua terra, con la sua gente nel suo villaggio. Il Nepal è uno dei paesi più poveri del pianeta, e lo sono soprattutto gli abitanti delle montagne himalayane. Buddhismo e Induismo si respirano in ogni angolo di un mondo ricco di paesaggi diversi: zone di pianure solcati da fiumi generosi, dolci colline, zone di foresta tropicale e poi le alte montagne dell’Himalaya.

Tinkiu, il villaggio natale di Tenzin Norbu

Culture millenarie si fondono con la pacatezza e l’umiltà della gente d’oriente. Il mio legame con questo paese risale ad alcuni anni fa, quando per caso venne selezionato e proiettato al Katmandu Film Festival il film Sul confine sugli spalloni di montagna. Poi il libro che aveva ispirato il lungometraggio venne tradotto in inglese On the border e il caso volle che una cittadina americana residente in Locarno lo apprezzasse e divenimmo amici. Mi presentò altri amici della Svizzera impegnati a sostenere le popolazioni dell’alto Dolpo, una zona remota al confine con il Tibet ove i villaggi sono tra i 4mila e i 5mila metri, vite durissime anche se le carovane di yak cariche di sale sono ormai un ricordo. I cinesi hanno chiuso i confini e il commercio si è fermato. La sopravvivenza di un intera cultura a rischio. Grazie all’impegno di Norbu e all’associazione Amici del Dolpo, stanno cambiando molte cose: esistono scuole, campi medici, un ricovero a Katmandu per i giovani che dopo la primaria hanno modo di continuare gli studi. Ho accettato la sfida di girare questo documentario seguendo per un mese un campo medico itinerante, bivaccando in tenda e oltrepassando valichi oltre i cinquemila metri per incontrare Norbu nella sua terra natale. Filmare questa storia è stata una grande avventura e una grande ricompensa spirituale. Poter far conoscere arte, religione, storie millenarie, bellezza dei luoghi e un incontro che cambia la vita nell’impegno umanitario, un privilegio da destinare a colori al grande schermo».
(Alberto Anzani)

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