Lo chiamavano Jeeg Robot all’Astra

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Lo chiamavano Jeeg Robot, il film rivelazione di Gabriele Mainetti, si è aggiudicato ben sette David di Donatello: migliori attori protagonisti – Claudio SantamariaIlenia Pastorelli – e non protagonisti – Luca Marinelli e Antonia Truppo – lo stesso Mainetti come miglior produttore e regista esordiente e Andrea Maguolo e Federico Conforti per il montaggio.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film imperdibile: ne sono stata certa fin dalla prima volta che ne ho letto la recensione. Quando sono uscita dallo Spazio Gloria, dopo la prima serata di programmazione, ne ho avuto la conferma. Qualcuno ha scritto che potrebbe non essere adatto a chi non è appassionato del personaggio ma io mi permetto di dissentire: nel nostro gruppo di “amici di cinema” – molto variegato per preferenze, età, interessi – nessuno è rimasto scontento, né deluso, né tantomeno indifferente (nemmeno chi, alla battuta «E tu chi sei?» «Hiroshi Shiba», ha chiesto «E chi è?!»). Non sono un’esperta di cinema ma ne sono appassionata e quello italiano mi piace in particolar modo, forse perché alcuni attori e registi li “seguo” da anni e in qualche modo mi accompagnano nel corso del tempo.
Il regista del film – Gabriele Mainetti – lo conosco (non di persona, purtroppo) da quando interpretava Un medico in famiglia; già: a dispetto degli “snob” e di chi critica (quasi) tutte le produzioni italiane, molte di esse sono fucina di grandi talenti. Per fare un altro esempio: nella stessa serie ha recitato un certo Pietro Sermonti, idolatrato per Boris e ricomparso recentemente in Tutto può succedere.
In questo film, suo primo lungometraggio, Mainetti fa… tutto: ne è regista, produttore nonché compositore delle musiche originali (da brividi). Un vizio (o una bella abitudine): è stato così anche per il suo corto Tiger Boy (indovinate ispirato a chi?).
Il mio fidanzato, Claudio Santamaria (correggo: uno dei miei… altrimenti Kim, Luca e Picchio se la prendono) è sempre un gran bel vedere, anche se qui un filino appesantito; quello che mi ha colpito però è quanto, pur essendo anni luce distante dall’ “altro” Hiroshi, il suo Enzo Ceccotti sia credibile e coinvolgente. Sembrerebbe tutto fuorché un eroe buono (il film si apre sulla sua fuga dalle “guardie”, per intenderci), ma è proprio l’umanità che lo contraddistingue e in cui è immerso (il quartiere di Tor Bella Monaca, le sue “frequentazioni”, le sue poco sane abitudini) a fartelo amare.
Luca Marinelli mi ha stregato in un film che ho rincorso per un po’ e che sono finalmente riuscita a vedere tra quelli proposti su un volo per N.Y. Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. Vederlo nelle vesti dello “Zingaro” è stato scioccante (guardatevi entrambi i film e capirete perché). Antagonista di Enzo – Hiroshi, compie azioni indicibili (osserverete il vostro smartphone con altri occhi, ve lo assicuro, e non perché la sua suoneria è un famoso brano della Bertè) e impartisce ordini crudeli; punta a vendicarsi di chi l’ha costretto a quella vita e a conquistare il mondo, magari con “il botto più botto dei bengala più bengala”; le scene che lo coinvolgono sono tra quelle più forti e – inaspettatamente ma totalmente – “pulp”; non si può però non amarlo per la sua interpretazione di Un’emozione da poco.

(Per inciso, con Luca dev’essere destino: ora rincorro Non essere cattivo di Claudio Caligari).
Come in ogni film sui supereroi, non può mancare la fanciulla: Alessia entra nella vita di Enzo decisamente per caso e anche un filino controvoglia ma sarà la sua coscienza e la sua salvezza (si, questo è anche un film romantico, le ha proprio tutte). La interpreta in maniera magistrale Ilenia Pastorelli: nel suo caso è stato il reality più reality di tutti – Il Grande Fratello – a portarla alla ribalta (a tal proposito… occhio a non confondere GF e Buona Domenica con lo Zingaro: non la prende benissimo). I più criticoni, a proposito della ragazza, risponderanno con un “grazie…etc..” perché senza dubbio ha il physique du role e la “parlata” romanesca le riesce bene. Non è tutto qui, però: il personaggio di Alessia è un misto di ingenuità, saggezza, tenerezza ma si porta dietro un pesantissimo bagaglio, che ti colpisce allo stomaco e al cuore.
Complice nel creare tali sensazioni è, manco a dirlo, la colonna sonora: notevoli le musiche originali ma il coinvolgimento è garantito anche con qualche brano “revival” e un’interpretazione “a sorpresa” della sigla del cartone animato.
Infine c’è Roma, una Roma esaltata da una fotografia da toglierti il fiato, una città che entra nelle vite dei personaggi e in cui i personaggi cambiano: il Tevere è inizio e (quasi) fine, l’Olimpico è sfondo della lotta, Tor Bella Monaca è la vita stessa dei personaggi, il Colosseo il “centro” a cui aspirano.
Il film mi è piaciuto, si era capito?

La scheda:

Lo chiamavano Jeeg Robot (Italia, 2015, 112 minuti) di Gabriele Mainetti con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli
Enzo Ceccotti non è nessuno, vive a Tor Bella Monaca e sbarca il lunario con piccoli furti sperando di non essere preso. Un giorno, proprio mentre scappa dalla polizia, si tuffa nel Tevere per nascondersi e cade per errore in un barile di materiale radioattivo. Ne uscirà completamente ricoperto di non si sa cosa, barcollante e mezzo morto. In compenso il giorno dopo però si risveglia dotato di forza e resistenza sovraumane. Mentre Enzo scopre cosa gli è successo e cerca di usare i poteri per fare soldi, a Roma c’è una vera lotta per il comando, alcuni clan provenienti da fuori stanno terrorizzando la città con attentati bombaroli e un piccolo pesce intenzionato a farsi strada minaccia la vicina di casa di Enzo, figlia di un suo amico morto da poco. La ragazza ora si è aggrappata a lui ed è così fissata con la serie animata Jeeg Robot da pensare che esista davvero. Tutto sta per esplodere, tutti hanno bisogno di un eroe.

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