I paesaggi cinematografici di Peter Greenaway

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Definire atipico Peter Greenaway, nel panorama cinematografico mondiale, è perfino riduttivo. Gallese, da tempo trasferitosi in Olanda, 74 anni compiuti lo scorso aprile, è un artista a tutto campo che ha sempre visto nel cinema l’ideale viatico per le sue visioni e le sue ossessioni. Si è cimentato per vent’anni come addetto al montaggio per il Britain’s Central Office of Information. Dopo The fall, che non può essere definito un lungometraggio commerciale, ha esordito ufficialmente proprio con l’affascinante I misteri del giardino di Compton House, il film che verrà proiettato per omaggiarlo nell’Arena del Teatro Sociale lunedì 18 luglio alle 21.30 inaugurando la parte più importante del Lake Como film festival. Un festival incentrato sul paesaggio che, non solo in quel lungometraggio magnifico – e sottilmente inquietante, come sempre in Greenaway – gioca un ruolo fondamentale per il cineasta che incontriamo sulla terrazza dell’Hotel Villa Flori, dove è ospitato assieme alla famiglia, e dove fatica a staccare lo sguardo dal lago.
È a Como per la prima volta?
No, ci sono stato tempo fa, come turista. A dire la verità avevo avuto anche un contatto per realizzare una mostra, se non sbaglio, ma, come tante idee, è rimasta solamente un’idea, ma sono stato spesso in Svizzera, qui vicino, ho realizzato un’installazione sul Cenacolo di Leonardo a Milano. È un bellissimo posto, non mi sorprende che i romani lo abbiano creato come un luogo ideale di villeggiatura. So che passano di qui molti personaggi facoltosi e celebri, forse il più celebre è mr. Clooney.
Sono stati girati diversi film da queste parti.
Lo so, da pellicole d’arte a James Bond. Io mi ispiro ai luoghi prima ancora di sapere come sarà il film. Vorrei girare un film a Lucca, una città meravigliosa, ed è un progetto dove spero di coinvolgere Morgan Freeman, ma l’idea mi è venuta visitando la città, in pratica è un pretesto per stare a Lucca. L’ho detto spesso: in fondo tante mie opere sono una valida scusa per visitare luoghi meravigliosi. Ma anche per immortalarli perché, grazie all’inquinamento, al riscaldamento globale, a tutto quello che stiamo facendo alla terra, siamo all’inizio della fine di tutto questo.
Per certi versi, quindi, si vede come un paesaggista, come il protagonista de I misteri del giardino di Compton House.
L’amore per il paesaggio, per quella che noi chiamiamo “countryside”, è tipicamente britannico e io non ne sono certo immune, anche se adesso non potrò più definirmi europeo.

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Dopo la Brexit.
Ritengo che sia stato un disastro operato da politici con la vista molto corta, che non pensano al futuro. In democrazia non servono i referendum, devi accettare di farti rappresentare, perché per far decidere direttamente al popolo occorrerebbe maggiore istruzione, maggiore informazione. Lo aveva capito Socrate, secoli e secoli fa. Churchill diceva che forse la democrazia non è il sistema migliore, ma è il miglior sistema che abbiamo.
Ma questo non cambierà l’amore inglese per il paesaggio.
Però il nostro si è espresso maggiormente nella letteratura, penso a Blake, a Keats, a Wordsworth, a certe pagine di Shakespeare. Nella pittura siamo stati meno incisivi. Anzi, penso che siano tre i grandi pittori che abbiamo consegnato al mondo: John Constable, William Turner e, ma forse è ancora troppo presto per affermarlo, Francis Bacon. Il mio è un paesaggista arrogante, che crede di sapere tutto, che pensa di inquadrare tutti e alla fine è lui a restare prigioniero di un disegno (gioca con il doppio significato del verbo “to frame”, ndr) che lo vede accusato di un omicidio.
Dopo Rembrandt e Goltzius, anche il suo prossimo film sarà dedicato a un artista.
Constantin Brâncuși, un personaggio affascinante. È nato in Romania nella seconda metà dell’Ottocento, era uno scultore che sapeva che, per ricevere attenzione, avrebbe dovuto trasferirsi a Parigi. Così si mise in cammino. Attraversando il suo Paese, l’Ungheria, l’Austria, la Svizzera, la Germania per arrivare finalmente in Francia. Il film si intitolerà Walking to Paris e sarà diviso in quattro parti perché lui ha viaggiato costantemente, in ogni stagione, più di un anno per raggiungere la sua meta.

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Quindi oltre a girare nelle location avete filmato anche seguendo il ritmo delle stagioni.
Ho realizzato gli ultimi quattro film in studio. Volevo tornare all’aperto, cercando di riprendere le cose per come sono, in questo caso anche per come erano ricercandole oggi. Ci sono luoghi in Umbia, in Basilicata, che sono rimasti quasi intatti, ma è molto difficile: la mano dell’uomo sta intervenendo inesorabilmente. All’istituto d’arte ci proponevano un esercizio: cerca di dipingere quello che vedi e non quello che pensi, ma è molto difficile. Perfino gli iperrealisti disegnano quello che sanno, non le cose per come sono. La mia vuole anche essere un’elegia per questo paesaggio meraviglioso che stiamo distruggendo. Non possiamo perdere posti come questo lago.
Qui stavamo per costruire un muro proprio di fronte…
Un muro? Anche qui! Trump vuole costruirne uno lungo tutto il confine con il Messico, conosciamo il muro di Berlino e anche la Grande Muraglia è stata costruita per arginare un problema non sapendo come risolverlo. Se l’unica soluzione che si riesce a trovare è un muro, penso che si sia perso in partenza.

(Il ritratto di Peter Greenaway è di Carlo Pozzoni)

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