Bowie, l’alieno del cinema

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Esattamente quarant’anni fa David Bowie, eclettica e celeberrima popstar, esordiva nel mondo della recitazione interpretando il protagonista di The man who fell to Earth, diretto da Nicolas Roeg. Ieri, passato meno di un anno dalla morte di Bowie, il film è stato proiettato in lingua originale al Teatro Sociale, all’interno della rassegna I lunedì del cinema.
La trama è semplice quanto efficace. Un alieno, proveniente da un pianeta morente e desertificato, scende sulla Terra per portare dell’acqua ai suoi familiari. Assunta l’identità umana di Thomas Jerome Newton, geniale ma introverso imprenditore, ottiene un successo economico immenso. Giunto all’apice della fortuna fa costruire l’astronave che porterà la salvezza alla sua gente, ma viene tradito e imprigionato dal governo statunitense, interessato ai suoi segreti.

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Roeg si dimostra debitore ed erede della cultura psichedelica di fine anni Sessanta. Racconta la storia attraverso ampie ellissi narrative: in più di un momento lo spettatore si accorge solo dopo un po’ che tra un fotogramma e quello successivo sono passati decenni. Usa il montaggio alternato per mostrare le visioni e i sogni che attraversano continuamente la mente del protagonista, diluendo il confine tra realtà e immaginazione. In una scena sovrappone la rappresentazione di un combattimento a cui il protagonista assiste in teatro con una scena di sesso che sta avvendendo altrove, così che il fragore delle spade diventi la colonna sonora dell’amplesso e i suoni degli orgasmi sovrastino il combattimento. In un’altra scena lacera la percezione del tempo mostrando le comunità medioevali che abitavano i boschi dove si muove il protagonista. E per tutto il film, alle scene di vita terrestre si alternano le visioni dei familiari dell’alieno, coperti di tute protettive, che vagano nel deserto in attesa del suo ritorno.

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Lo stile di Roeg, tuttavia, non è virtuosistico né fine a sé stesso. Manipolando la percezione dello spazio e del tempo, e rendendo la trama esile e irregolare, Roeg ci permette di entrare lentamente nel punto di vista dissestato di Thomas, avvicinandoci sempre di più a questo enigmatico personaggio, interpretato in maniera eccezionale. Un musicista che si dà alla recitazione può dare risultati eccellenti come opinabili, ma per Bowie il passaggio dev’essere stato naturale. Gli album del cantautore inglese hanno sempre avuto una componente narrativa e teatrale. Inoltre, Bowie è stato non solo l’autore di tante bellissime canzoni, ma anche un genio nell’uso della propria immagine. Per tutta la vita la vita si è creato delle maschere, degli alter ego attraverso cui dialogare col pubblico. Ha vestito i panni più diversi, e per questo è stato accusato dai fan del rock più “autentico” (quelli che credevano all’espressione diretta, viscerale dei sentimenti) di non essere che un inseguitore di mode, un artista fasullo, in grado di reggere il palco solo se attorniato da un dispendio di scenografie mangiloquenti, incapace di trasmettere alcunché di sincero attraverso la musica. A me è sempre sembrato che Bowie, semplicemente, preferisse comunicare in modo obliquo quel che provava, e che dietro le visioni kitsch che attraversano tante sue canzoni si nascondessero sempre un’emotività, una malinconia struggenti, che anche se non espresse direttamente mi hanno sempre colpito e turbato.

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Il personaggio di Thomas Jerome Newton parrebbe confermare la mia idea. Bowie lo interpreta in maniera minimale, senza mai darsi a scoppi d’ira o di emotività. Il regista valorizza la sua espressione, ora addolorata, ora beffarda, ora rassegnata, ora spaventata, ora disperata; concentra tutto il film su questo evanescente personaggio, di cui in fondo sappiamo ben poco, e riesce a renderlo umano, toccante, vivo, e a farci entrare nella mente di questo alieno straordinario che, seppure riesca a cambiare la vita di tutti coloro che lo incontrano, verrà poi distrutto dalla brama di potere dell’umanità.

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Certo, nel film ci sono dei difetti: innanzitutto una certa prevedibilità nel modello narrativo («Entità superiore discesa dal cielo si scontra con la meschinità umana»). Poi alcune delle scelte del regista risultano poco originali (dopotutto sia 2001: odissea nello spazio che Solaris erano usciti ben prima del ’76).

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Ma l’impatto di questo film, la sua efficacia emotiva e la sua forza commovente rimangono tuttora immutati; e lo rendono un gioiellino degli anni Settanta che sono felice di avere scoperto.

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