Blade runner 2049 : dopo 30 anni il cult diventa un flop

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Nel panorama artistico vige uno strano sistema di creazione. Esiste l’idea, quella scintilla che alimenta e stimola la mente umana a estrapolare contenuti originali di diverso formato, che possa trattarsi di un racconto, una scultura, una canzone o un copione teatrale. In questo caso, come nostra consuetudine, parleremo di cinema e di un film in particolare. Quali sono gli input che hanno portato Hampton Fancher e Michael Green a commettere questo ampio scempio? Quale perversa malattia mentale incombe nella loro mente per partorire una diavoleria come Blade runner 2049? Mi sono rifugiato in sala in un sabato sera atipico con la voglia di fare qualcosa insieme ad alcuni amici. Vari sono stati i miei tentativi di boicottare l’arrivo al cinema: finti malanni fulminanti, simulazioni di rapimenti alieni, attacchi di labirintite acuta, ma nonostante questo non sono riuscito a sopraffare il volere comune di approdare in sala. Fu così che, con Blade runner 2049, subimmo la disfatta da me tristemente già preannunciata.

Hans Zimmer ci và dentro come se fosse a una festa tribale. Spinge tanto di bassi che, per quanto vibrano i sedili, in sala sembra di stare dentro a uno shaker. Più avanti nel film mi accorgerò del perché questa scelta affannosa di carpire l’attenzione dello spettatore in qualsiasi modo. Il caro buon vecchio Hans sapeva e ci ha voluto avvisare:  «Ragazzi, il film è questo, non posso farci niente, cercherò di non farvi addormentare in sala come meglio posso grazie ai miei profondi e strillanti effetti sonori. Se non altro vi accorgerete di me». E difatti si è visto, anzi si è sentito.

Ridley Scott ha bisogno di investire soldi e capitalizzare ulteriormente il suo patrimonio incrementandolo, a costo di svendersi come meglio crede. Chiama Denis Villeneuve e gli chiede di fargli da presta nome così da non infangare il suo più di tanto. Gli dice: «Tieni! Prendi questa patata bollente, non so cosa succederà, fammi questo favore… Poi ci mettiamo a posto».

La scena iniziale in cui vediamo l’agente K interpretato da Ryan Gosling scontrarsi con Sapper Morton (Dave Bautista) è la copia quasi esatta di una scena mai filmata dell’originale Blade runner, il film culto del 1982 diretto da Ridley Scott

Un remake che non è un remake, un sequel che nessuno aspettava e nessuno voleva tranne loro. Infatti la tragedia che si consuma al cinema è inquietante: mi sembra di stare in sala di aspetto per entrare a fare i provini della parte degli zombie di Walking dead. Il silenzio pervade l’ambiente, qualcuno russa e si sveglia solo per cambiare posizione, qualcuno sfida amici al lancio del popcorn al caramello, qualcun’ altro effettua sfide a sudoku on line sperando di battere il suo record personale, in pochi dopo i primi venti minuti sono concentrati a  guardare il film. Tra questi ci sono anch’io che, affidandomi ad una Red bull, cerco di resistere a queste 2 ore e 43 minuti di massacro ludico. Blade runner, il vero, vecchio film cult non sposava i ritmi adrenalinici di un normale blockbuster hollywoodiano, ma ai tempi era bello anche per questo. Era un giallo noir, ambientato in un futuro molto underground, era lento e macchinoso, ma il tutto era contestualizzato per rendere di gran lunga molto più onirico il racconto. Inoltre, come ho già detto in passato, non si devono mai sfatare certe leggende! Alcuni film devono rimanere tali e intoccabili nel tempo, senza rifacimenti, senza seguiti. Hanno procacciato in tutti i modi con situazioni inquietanti di farci rimanere il boccone di traverso, soprattutto con quanto fatto negli ultimi anni, come Ghostbusters, Star wars, Indiana Jones, Point break e… non vado avanti, altrimenti mi viene da piangere.

Mentre giravano una scena di combattimento, Harrison Ford ha dato accidentalmente un pugno vero Ryan Gosling colpendolo in faccia. Per scusarsi dell’accaduto Ford ha invitato la sua co-star a condividere con lui una bottiglia di Scotch.

Ora,  in queste ultime poche righe, mi concentrerò e cercherò di essere obbiettivo, promesso.  L’agente K (Ryan Glosing) è un blade runner della polizia di Los Angeles nell’anno 2049. Sono passati trent’anni da quando Deckard (Harrison Ford) faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace (Jared Leto) e ha convinto il mondo con nuovi “lavori in pelle”: perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo.

Ryan Gosling

La storia non regge. Da subito si capisce dove si va a parare, anche se il colpo di scena finale non è poi così intuibile. Arrivare al preambolo di tutto questo è sfiancante, troppi giri lunghi, situazioni rallentate allo spasmo, ci mancava solo che per menarsi usassero la moviola e avremmo fatto un pigiama party al cinema! Gosling, per quanto bello, appare inespressivo. Sebbene qui rappresenti il personaggio di un replicante, mi sembra la stessa interpretazione dei suoi altri film, Solo dio perdona o Drive (naturalmente con tutto il rispetto verso queste opere, che non hanno nulla a che vedere con Blade runner 2049). Harrison Ford ha la stessa faccia ma, sebbene mi rattristi dirlo, credo sia giunto il momento di fargli abbandonare certi ruoli e sfruttarlo per un qualcosa di meno attivo e più impegnativo e profondo in fase recitativa. C’è, per l’ennesima volta, l’uomo mal sfruttato dalle produzioni statunitensi, ovvero Jared Leto, anche qui rigorosamente rintanato in una parte troppo minimizzata per poterne apprezzare le capacità recitative, sempre comunque di altissimo livello, ma troppo corte.

David Bowie è stata la prima scelta di per il ruolo di Neander Wallace, ma è scomparso prima dell’inizio delle riprese. Il ruolo è andato all’attore Jared Leto

Ana de Adams interpreta Joi, un programma olografico consenziente che nel film cerca di prendere il posto della Rachael interpretata da Sean Young nella pellicola del 1982. Ovviamente il confronto non regge e la pseudo storia d’amore non ha una funzione corretta nello svolgimento del film. Troppi personaggi messi alla rinfusa e senza un vero senso logico, come il tenente Joshi interpretata da Robin Wright o Mackenzie Davis che qui è una prostituta replicante di nome Mariette, anche in questo caso senza una vera coerenza di sceneggiatura.

Hampton Fancher, autore dello script originale del film del 1982, poi rimaneggiato e infine concluso, è stato avvicinato per scrivere questo sequel. L’autore ha accettato, ma lo ha realizzato in forma di racconto mescolato con una sceneggiatura. Dopo aver scritto questo resoconto di circa 110 pagine, ha chiesto di essere lasciato in pace

Il film è lento, troppo lento, ripetitivo, come se volesse sembrare un’ opera monumentale senza averne le basi. La storia che per me è il cuore del film, ma qui non fa scattare quella scintilla che ci aveva fatto infatuare delle atmosfere particolari del primo Blade runner. Come dico sempre in questi casi, non puoi confezionare una caramella dal gusto orribile con un bell’involucro. Se se non cambi il contenuto, il farci dei ricami sopra forse peggiora solo le cose.

Mackenzie Davis

Finisco semplicemente con questa riflessione: è il caso che le persone comincino a svegliarsi e a venir fuori da questo tepore riuscendo a porre maggiore attenzione a manifestazioni di arte e cultura diverse da questi prodotti dettati dall’industria del consumismo. Io sono un amante del fantasy e della fantascienza, ma ritengo opportuno che, per raccontare certe storie, debba esistere un solo unico punto cardinale che tenga in piedi tutta la struttura: il messaggio forte che vuoi lanciare, la morale, che sia metaforizzata o nascosta questa deve esserci, in ogni forma d’arte, soprattutto in un film. Questo film in particolare non ne ha una. Forse hanno tentato di esporla, ma è talmente debole da non esser vista. Rimango con la speranza che noi spettatori comuni potremo un domani poter andare al cinema e vedere film creati con un criterio più razionale e non solamente fuffa con fini commerciali. Questo sarebbe il miglior futuro fantascientifico di sempre.

1 commento

24 ottobre 2017 alle 14:23

Alex mi aspettavo questa recensione! Però i costumi erano belli😊

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